04 juin 2006

Pablo Beneito, I nomi di Dio nell'opera di Muhyi-l-Dîn Ibn al-Arabî, (frammento)

Quanto segue è la traduzione di una piccola parte del libro di Beneito riportato in calce; nello specifico si tratta dell’elenco dei Nomi divini che compaiono in una sezione (Hadrat al-hadarât al-jâmi‘a li-l-asmâ’ al-husnà) del capitolo 558 delle Conquiste o Rivelazioni meccane (FUTÛHÂT MAKKIYYA) di Ibn ‘Arabî.

Nel seguito i Nomi vengono considerati come presenze divine (hadarât) e questo elenco è forse il più esteso dopo l’enorme “Commentario” di Ibn Barrajân di Siviglia – di cui si auspica al più presto una traduzione. Per onestà intellettuale, l’elenco che seguirà, è quello che presenta la maggiore diversità di prospettive ed interpretazioni originali.[1]

Nel corso del volume Beneito lo definisce Šarh e può essere sostanzialmente considerato un commentario ai nomi dalla prospettiva del tahaqquq – realizzazione.

L’estrema complessità del discorso che ruota attorno alla Scienza dei Nomi è tale da sconsigliare per la sua lunghezza ed in questo contesto, uno studio oppure una postfazione che segua questa traduzione.

La resa in italiano dei termini arabi ha favorito una maggiore leggibilità degli stessi a discapito certamente di una maggiore scientificità, del resto questa traduzione non è rivolta ad un pubblico esclusivamente specialistico e questa considerazione ha indubbiamente influenzato la suesposta scelta in tema di traslitterazione.

Per questa imprecisione scientifica si chiede scusa.


Traduzione[2]

Nel Nome di Allâh, l’Onnicomprensivo, il Misericordioso

1. Lui è Allâh – sia lodato ed esaltato – per quanto si riferisce alla Sua Ipseità (huwiyya) e alla Sua Essenza (dhât).[3]

2. al-Rahmân, l’Onnicompassionevole, [a causa] dell’universalità della Sua grazia (rahma) [presente per ogni dove] che comprende tutte le cose.

3. al-Rahîm, il Misericordioso, in virtù del fatto che Si impegna in favore dei Suoi servi contriti [119b].

4. al-Rabb, il Signore, per i beni che ha esistenziato per la Sua creazione (khalq).

5. al-Malik, il Re, con riferimento alla Sua sovranità sui cieli e sulla terra, in tanto che Padrone (malîk) e Signore (rabb) di tutte le cose.

6. al-Quddûs, il Santissimo, per la Sua Parola: “E non hanno considerato Allâh nel Suo vero valore” (Cor. 39:67), [4] e per la Sua trascendenza (tanzîh) rispetto a tutto quanto Gli si attribuisce.

7. al-Salâm, la Pace, la Salute, a causa della Sua incolumità [di fronte] a tutto ciò che si riferisca a Lui e di [fronte a] quanto sia esecrabile che i Suoi servi [però] Gli attribuiscono.

8. al-Mu’min, il Fedele, la Salvaguardia, con relazione a ciò che i Suoi servi dichiarano [essere] degno di fede [oppure, perché è veridico con i Suoi servi] e per la salvaguardia (amân) che accorda [agli stessi servi] quando [essi] adempiono al Suo patto primordiale (‘ahl).

9. al-Muhaymin, il Vigilatore, il Difensore dei Suoi servi nella totalità degli stati in cui s’incontrano, sia che siano [stati] favorevoli oppure avversi [cioè, sia che tali stati siano a loro favore o contro di essi].[5]

10. al-‘Azîz, il Poderoso, il Trionfatore, per la Sua vittoria su chi cerca di vincerlo o di confrontarsi con Lui, dato che è invincibile ed imbattibile, e per l’impossibilità di opporsi a Lui, [data l’elevata altezza] della sua santità.

11. al-Jabbâr, il Dominatore, Colui-che-costringe, per il fatto che costringe i Suoi servi tanto nei loro necessari obblighi come [nel riconoscimento] del suo libero arbitrio, posto che essi stanno nel Suo pugno.

12. al-Mutakabbir, l’Altero, per ciò che occorre alle anime deboli come risultato della Sua discesa (nuzûl) in esse, quando [Lui] discende occultando le sue sottili bontà a chi pretende di approssimarsi a Lui attraverso la definizione e la quantità, ricorrendo a referenze particolari come palmo (šibr), cubito, braccio, premura (harwala), deferenza, contentezza, ammirazione, riso e cose simili a queste.[6]

13. al-Khâliq, il Creatore, [a causa della] pre-determinazione (taqdîr)[7] e [a causa dell’] esistenziazione (îjâd) di quanto esiste.

14. al-Bâri’, il Produttore, per gli “esseri elementari”[8] che ha esistenziato a partire dagli elementi.

15. al-Musawwir, il Modellatore, il Formatore, l’Artefice, per le forme che [solleva] dalla Polvere primordiale (habâ’) e per le forme della teofania (tajallî) che rivela [negli/agli] occhi di chi [viene sollevato] prima di tali forme della teofania [9] e che attribuisce a Se stesso, sia se le conoscano sia se le ignorino, sia se siano comprensibili sia se siano non-comprensibili.

16.1. al-Gaffâr, il Velatore, per quelli, tra i Suoi servi, che protegge e vela [attraverso una cortina che li copre].

16.2. al-Gâfir, il Dispensatore, perché a Lui si riferisce [quanto a prontezza] (yasîr) [disponibile] [“facilità affabile”] [120a].

16.3. al-Gafûr, il Perdonatore, Colui-che-copre tramite i veli (sutûr) che lascia cadere, tanto per mezzo degli esseri composti generati (akwân) come di quelli non generati (gayr akwân).[10]

17. al-Qahhâr, l’Oppressore, il Dominatore, di chi per ignoranza disputa con Lui e non si pente [di averlo fatto].

18. al-Wahhâb, il Magnanimo, Colui-che-da, per i doni con cui graziosamente ha favorito i Suoi servi per [sostenerli], non come remunerazione e neppure con il fine di essere ringraziato o ricordato per questo.

19. al-Karîm, il Generoso, colui che concede ai Suoi servi ciò che Gli hanno domandato.

20. al-Jawâd, Colui-che-provvede, colui che da prima [ancora di aver ricevuto una richiesta] di qualcosa già chiesto, affinché Gli rendano grazie, di modo che – come retribuzione al suo ringraziamento – aumenti la provvista, e Lo ricordino, di modo che li retribuisca per [averLo ricordato] rammentandosi di essi.

21. al-Sakhî, l’Esecutore, il Pagatore, perché accordi ad ogni cosa la sua creazione (khalq) e [la] compia con giustizia (haqq).

22. al-Razzâq, il Fornitore, il Sostentatore, tramite le provviste ed il sostentamento che [risponde] a quanti richiedono alimento, siano essi minerali, vegetali, animali od esseri umani, indipendentemente da quale sia la loro condizione, sia che siano credenti oppure non-credenti.

23. al-Fattâh, il Rivelatore, Colui-che-apre, perché apre le porte delle benedizioni, del castigo e della pena.

24.1. al-‘Alîm,[11] il Sapientissimo, l’Onnisciente, per l’abbondanza delle Sue conoscenze [ovverosia per l’abbondanza delle cose sapute da Lui].

24.2. al-‘Âlim, il Conoscitore, il Sapiente della Sua propria Unità essenziale (ahadiyya).

24.3. al-‘Allâm, l’Onnisapiente, l’Onnisciente, il Conoscitore dell’occulto (al-gayb),[12] il quale è un vincolo specifico privativo (ta‘alluq khâss) di questo nome. Il regno invisibile dell’occulto è infinito, mentre il regno del manifesto (šahâda) è finito, dato che l’esistenza (wujûd), secondo il parere di alcuni pensatori speculativi, è la causa della [prova della presenza] (šuhûd) e della visione (ru’ya). Sia come sia, il mondo della testimonianza (šahâda) [presenta] un carattere particolare (khusûs). Così chi postula che la causa della visione (mar’î) sia la pre-disposizione (isti‘dâd) del visibile [ossia] l’oggetto della visione (mar’î), abbia [bene] in mente che non si può contemplare (mašhûd) senza la Realtà divina (al-Haqq) i possibili esistenziati e anche quelli che non sono stati esistenziali [ancora], e [distingua dall’]impossibile (muhâl) che, in tanto che conoscenza omessa non manifestata, non entra nel dominio della visione e della testimonianza.

25. al-Qâbid, la Cintura, Colui-che-percepisce, così chiamato per il detenersi le cose nel Suo pugno (qabda) secondo la Sua Parola: “... e la terra tutta intera sarà il Suo pugno nel Giorno della Resurrezione” (Cor., 39:67),[13] e perché “l’elemosina (sadaqa) va alla mano del Compassionevole (yad al-Rahmân) prima di trovare la mano del mendicante”, di modo che Colui-che-percepisce la raccoglie.

26. al-Bâsit, il Fornitore, il Magnificente, per quanto provvede al sostentamento – la cui provvista non comporta iniquità –, che è la risaputa quantità pre-determinata (qadr ma‘lûm),[14] posto che Lui – sia Esaltato – prende e trattiene di essa [120b] ciò che vuole, per quello che implica di prova e di stimolo (ibtilâ) e per il beneficio (maslaha) implicito di tale trattenuta [ossia per il beneficio nei confronti di chi essa è applicata], e provvede di essa ciò che vuole, per quello che tale provvista contiene di prova e di utilità.

27. al-Râfi‘, l’Esaltatore, perché sta nella Sua mano – sia Esaltato – la Bilancia, la cui misura (qist) giusta alza e fa scendere: l’Esaltatore eleva per accordare sovranità, esalta ed arricchisce chi Lui vuole.

28. al-Khâfid, l’Umiliatore, il Degradatore, perché destituisce e separa la sovranità[15] da chi vuole, abbatte chi vuole ed impoverisce chi vuole; nella Sua mano sta il Bene (khayr) – che è la Bilancia – ed attentamente soddisfa i diritti dei meritevoli, ciò in questa circostanza non deriva dal procedere operativo del dono gratuito (mu‘âmalatal-imtinân), bensì dal compimento e dal pagamento del debito (istîfâ’ al-huqûq), che è un aspetto parziale della grazia generale (imtinân), il cui conseguimento è più universale.

29-30. al-Mu‘izz al-Mudhill, Colui che nobilita e Colui che avvilisce, Colui che onora e Colui che umilia, posto che nobilita il Suo servo con l’obbedienza (tâ‘a) a Lui e lo avvilisce con l’opposizione (mukhâlafa) a Lui. In questo mondo (dunyâ) onora con la ricchezza che da a colui a cui la da, [onora] con quello che di certezza (yaqîn) accorda ai Suoi servi e con l’autorità (ri’âsa), il governo (wilâya) e la capacità di disposizione (tahakkum) con il quale favorisce i suoi servi nel cosmo (‘âlam) nell’esecuzione della parola e del potere. E si chiama al-Mudhill per il fatto che umilia i tiranni oppressori ed i superbi e perché umilia nella vita terrena alcuni dei credenti (mu’minûn) per onorarli nell’Ultima Vita (âkhira) e [viene detto al-Mudhill perché] abbassa anche quelli che, per la loro fede ed obbedienza, rende eredi della modestia e dell’umiltà (dhilla) in questo mondo.[16]

31. al-Samî‘, Colui che ode, l’Onniudente, che ascolta le suppliche dei Suoi servi quando Lo invocano e pregano per le loro necessità, di modo che necessariamente risponde loro in virtù del Suo nome l’Udente, posto che Lui stesso – sia Esaltato – nel riferirsi all’ascoltare, alluse all’obbligo di rispondere, sanzionando chi, in realtà non ascolta, con queste parole: “Non siate come coloro che dicono: “Abbiamo ascoltato” e non ascoltano” (Cor., 8:21). È [noto] che, nel contesto a cui si riferiscono queste parole, anche se abbiano udito la chiamata di Dio (da‘wat al-Haqq) con le loro orecchie, nonostante tutto, non risponderanno alla convocazione.[17] Così è come il Vero, [sotto il profilo di] Colui-che-vuole, tratta i Suoi servi reciprocamente.[18]

32. al-Basîr, l’Onnivedente, il Colui che vede, è colui che vede tutto quello che concerne i Suoi servi, conformemente a ciò che manifestò quando disse a Mosé e ad Aronne: “Io sto con voi, ascoltando e vedendo” (Cor., 20:46), e prima disse loro: “Non temete!” [121a], dato che la Sua vista (basar) conferisce la salvaguardia (amân) al servo quando lo vede, posto che è questo il significato di al-Basîr, e non solo il fatto che lo contempla e non lo vede più: sia che lo assista o che scompaia, tanto se si cura di lui come se in apparenza [pare] che lo dimentichi e lo abbandoni, Lui sta vedendo il servo nella sua realtà essenziale (haqîqa).

33. al-Hakam, il Giudice, l’Arbitro, per le sentenze con cui dispone e distingue tra i servi nel Giorno della Resurrezione (yawm al-qiyâma), e per quante disposizioni prescritte nella rivelazione (ahkâm mašrû‘a) e per quante confidenze istituite come legge ha rivelato al mondo; tutto ciò è parte del nome al-Hakam.

34. al-‘Adl, il Giusto, l’Equo, perché decide conformemente alla giusta verità (haqq) e per aver stabilito la religione monoteista primordiale (al-milla al-hanîfiyya).[19] [Ciò,] conformemente alla Sua parola: “disse [l’Inviato]: “il mio Signore, decide secondo la giusta verità (haqq)”” (Cor., 21:112), con la quale si schiera [lett: “prende partito per”] con Lui[20] dato che, dall’altro lato, ha stabilito una disposizione con relazione al desiderio passionale (hawà), in virtù della quale chiunque si lasci prendere da questo - [il desiderio passionale] – si svia dal Sentiero di Allâh.

35. al-Latîf, il Sottile, il Buono, il Benevolente con i suoi servi, a cui fa arrivare la guarigione (‘âfiya) quando sono malati tramite dei rimedi che occasionalmente sono sgradevoli. Non c’è niente di più velato, a titolo d’esempio, che il sottile principio curativo contenuto in quei rimedi, che, essendo dolorosi, producono ciò nonostante salute (šifâ’) e sollievo. Non c’è traccia alcuna del suo effetto benefico nel momento di utilizzare il rimedio (dawâ’) dato che, anche se sapessimo che il suo impiego produce la risoluzione [dello stato di malessere], non potremmo sentire, causato dalla sua sottigliezza (latâfa), questo impercettibile principio sanatorio. Questo con relazione all’aspetto della sottigliezza. Dall’altra parte, l’aspetto della Sua benevolenza (lutf) corrisponde alla Sua “occulta presenza effettiva” (sarayân) negli atti di tutti gli esseri esistenti (mawjûdât), alla quale si riferisce la Sua Parola: “Allâh vi ha creato, voi e quanto voi facciate” (Cor., 37:96).[21] Noi, ciò nonostante, non vediamo le opere se non come opere delle stesse creature, anche se sappiamo che in realtà l’autore (‘âmil), l’unico agente che realizza tali opere, è solo Allâh, il quale, se non fosse per la Sua benevolente grazia (lutf), che lo vela per cortesia, potrebbe [palesarsi come Lui e mettere quindi le creature di fronte al fatto compiuto, che esiste solo Lui].

36. al-Jabîr, il Sagace conoscitore, l’Informato, l’Esaminatore, per il fatto che sa dei Suoi servi per esperienza [quando li metta alla prova]. A questa prova “esperienziale” (ikhtibâr) si riferisce la Sua Parola: “Dobbiamo provare affinché noi sappiamo” (Cor., 47:31). In questo modo prova se Gli attribuiamo [il sopraggiungere] del sapere (hudût al-‘ilm) oppure no.[22] Osserva anche quest’altra gentilezza (lutf) divina: per l’analogia tra entrambi le cortesie Allâh ha riunito il nome al-Jabîr al nome al-Latîf, dicendo nel Corano: “il Sottile, l’Informato (al-Latîf al-Jabîr)” (Cor., 6:103).

37. al-Halîm, il Clemente, l’Indulgente, il Mansueto, è colui che concede un termine con indulgenza e mansuetudine (amhala), senza essere distratto o negligente (mâ ahmala) [senza] affrettarsi nel castigare chi opera male per ignoranza, sebbene questo [che ha operato male] abbia capacità per sapere in merito al suo errore [121b] e possa domandare ed osservare per apprendere.

38. al-‘Azîm, l’Incommensurabile, che risiede nei cuori degli gnostici, coloro che Lo conoscono veramente.

39. al-Šakûr, il Riconoscente, il Riconosciuto, per la richiesta (talab) ai Suoi servi affinché incrementino (ziyâda) tra le loro opere, quelle per le quali Lui li apprezzi e si ricordi di loro,[23] permanendo, obbedendoLo, dentro i limiti, i diritti, i mandati e le proibizioni che Lui ha prescritto nella Legge rivelata. Nel dire: “Se siete grati, vi darò più [della Mia grazia]” (Cor., 14:7), stabilisce [un rapporto] di reciprocità con i Suoi servi, per il quale chiede loro, in virtù del Suo nome “il Riconoscente” (al-Šakûr), che si sforzino di realizzare quello per cui Lui li apprezzerà.

40. al-‘Alî, l’Altissimo, l’Eccelso, il Sublime, tanto nella Sua occupazione (ša’n)[24] che nella Sua Essenza, (dhât), rispetto a tutto quanto si relaziona con le caratteristiche (simât) della contingenza (hudût) e gli attributi degli accidenti (muhdatât).

41. al-Kabîr, il Grandissimo, il Magnifico, il Supremo, Superiore agli idoli che gli associazionisti (mušriqûn) abbiano eretto a divinità (âliha). Per questo disse Abramo, l’Intimo (al-Khalîl) di Allâh - nel passo in cui mostra al suo popolo la prova meritevole di fiducia (hujja)[25] – che Allâh, conformemente alla sua veridica affermazione, è colui che realmente aveva sgretolato gli idoli (asnâm), adottati come divinità dagli idolatri fino ad averli fatti a pezzi (judhâdh), [anche se Gli dispiaceva] l’aspirazione dei loro adoratori che, secondo un altro passo, si scusavano dicendo: “No, li adoriamo solo perché ci avvicinano ad Allâh” (Cor., 39:3), con il quale gli stessi associazionisti Gli attribuirono di fatto la supremazia (kubr) – sia Esaltato – sulle divinità. Cosicché Abramo – su lui sia la Pace – disse: “No! Il Superiore (kabîr) a loro è chi lo ha fatto” (Cor., 21:63).[26]

In questo punto c’è una pausa (waqf),[27] e dopo segue dicendo: “Interrogateli con rispetto, se possono parlare”. Se avessero avuto la capacità di parlare, avrebbero riconosciuto la loro condizione di servo manifestando che Allâh è il Grande, l’Altissimo, l’Incommensurabile.

42. al-Hafîz, il Conservatore, il Preservatore, perché è onnicomprensivo e circonda[28] tutte le cose per preservare la loro esistenza, posto che le cose sono suscettibili di essere o non essere.[29] Colui che Egli – sia Esaltato – desidera esistenziare e a chi i Suoi nomi danno esistenza, Lui preserva [l’esistenza], e a chi non vuole che esista e desidera che rimanga nell’inesistenza (‘adam), lo preserva nell’inesistenza, di modo che, in tanto che preserva [l’inesistenza], [egli] non può esistere in modo effettivo, e può succedere che preservi [l’inesistenza] per sempre o anche fino ad una scadenza determinata.

43. al-Muqît, l’Alimentatore, il Determinatore, il Fornitore, per gli alimenti che determina ed assegna in terra e per le cose che ispira (awhà) nel cielo, giacché Egli - sia Esaltato – da [122a] l’alimento (qût) a tutto ciò che è sostentato in conformità alla misura predeterminata.[30]

44. al-Hasîb, il Contabile (1), il Sufficiente (2), perché (1) conta le grazie (ni‘am) che ti accorda per farti vedere il Suo favore e la Sua bontà (minna) con te quando rinneghi questo con ingratitudine [ossia quando “rinneghi il Suo favore”] e, tuttavia per la Sua benevolenza e generosità, non [pone in essere] rappresaglia [alcuna, nei tuoi confronti]; e (2) perché Egli ti basta ed è Sufficiente (kâfî) per te rispetto a tutto. Non c’è altro Dio che Lui, l’Onnisciente, il Giudizioso (al-‘Alî al-Hakîm).

45. al-Jalîl, il Maestoso, perché è inaccessibile e non possono percepirlo né la vista (basar), né la visione interiore (basîra). Lui è elevato in questo senso, ma d’altra parte discende – perché è tra i Suoi servi “dovunque essi siano” (Cor., 58:7) – di modo che corrisponde alla Sua gloria (jalâl). Fino a tal punto questo è certo come l’hadît porta a dire sulla Sua discesa (nuzûl): “Ero malato e non Mi visitaste, ero affamato e non Mi nutriste, avevo sete e non Mi deste da bere”, e si rivela a Se stesso tra i Suoi servi nella [condizione] (manzila) dei Suoi propri servi, ponendosi nella [condizione] dell’infermo, dell’affamato e dell’assetato, il quale corrisponde alla proprietà (hukm) di questo nome divino.

46. al-Raqîb, (1) il Guardiano, il Vigilante, (2) l’Osservatore, il Controllore, (1) per la permanente occupazione che si è imposto a Se stesso di preservare la Sua creazione (khalq),[31] [la qual cosa] non risulta un incarico per Lui in assoluto; e (2) perché fa sapere ai Suoi servi che, dato che Lui li osserva, essi devono avere pudore e timore di Lui, di modo che non li veda [fare] quello che ha vietato loro e non li perda di vista in quello che ha imposto loro.

47. al-Mujîb, Colui che soddisfa, il Compiacente, il Risponditore, è Colui a cui, in virtù della Sua prossimità e del Suo ascolto, si dirige l’invocazione dei Suoi servi, secondo quanto si apprende da ciò che ha comunicato circa Se [stesso] – secondo la Sua Parola: “Quando i Miei servi ti domandano di Me, [dì che] sono vicino e rispondo (ujîbu) alla chiamata di colui che prega quando Mi invoca” (Cor., 2:186)[32] -, nel descriverSi a Se stesso come Parlante (Mutakallim), dato che il “Risponditore” è chi ha la capacità della risposta (ijâba), la quale consiste nell’ascoltare [attentamente] la chiamata (talbiyya).[33]

48. al-Wâsi‘, l’Immenso, il Vasto, l’Onnicomprensivo, Colui che abbraccia, il Liberale che da con abbondanza,[34] per quanto dimostra della Sua grazia (rahma) onnipresente che comprende tutto, la quale è stata creata (makhlûqa), ed in forza della quale ha compassione di tutte le cose e ritira la Sua collera (gadab) dai Suoi servi. Osserva attentamente, giacché c’è un segreto meraviglioso (sirr) contenuto nella Sua Parola: “la Mia grazia (rahma) comprende (wasi‘at) tutte le cose” (Cor. 7:156) e nella Sua Parola: “Tutto [122b] è perituro (hâlik) salvo la Sua Faccia” (Cor. 28:88).[35]

49. al-Hakîm, il Dottissimo, il Sapientissimo, il Prudente, il Giudizioso colui che dispone ed ordina facendo che ogni cosa discenda e si manifesti secondo il suo proprio rango (manzila), situandola nel suo corrispondente grado (martaba). Ha detto – sia Esaltato -: “Colui a cui si da la saggezza (hikma) ha ricevuto molto bene (khayr)” (Cor. 2:269), e ha detto anche riferendosi a Se stesso che nella Sua mano sta il Bene (khayr).[36] Il Profeta – Allâh lo benedica e lo salvi – disse a questo proposito: “Tutto il Bene (khayr) sta interamente nelle Tue mani”, di modo che non resta fuori, [quanto al Bene] nulla di distinto [da quanto non sia già] nelle Sue mani, sebbene “il danno (šarr) non proceda da Te”.[37]

50. al-Wadûd, l’Amoroso, Colui che da amore costantemente, l’Amico affabile che mantiene con costanza il Suo amore per i Suoi servi, senza che i loro errori di obbedienza[38] facciano [breccia] nel precedente amore (mahabba) verso di loro [stessi], dato che tali insubordinazioni non sono sopravvenute loro se non per effetto di una disposizione del Decreto divino (qadâ’) e della predestinazione (qadar sâbq), ma non per produrre l’espulsione (tard) e l’allontanamento della Presenza divina, posto che ha detto: “perché Allâh ti perdoni i tuoi errori precedenti ed ultimi” (Cor. 48:2), di modo che il perdono (magfira) agli amati (muhabbûn)[39] prevalga.

51. al-Majîd, il Nobile, il Glorioso, l’Onorevole, perché a Lui appartiene la nobiltà (šaraf) di tutto quanto si possa qualificare con l’attributo della nobiltà, giacché la nobiltà dell’universo risiede in quello che rimanda ad Allâh, per il fatto che Lui lo creò e lo realizzò, di modo che la sua nobiltà non è propria, non è nobile per se stesso, dato che, in realtà, l’autenticamente Nobile (šarîf) è Colui la cui nobiltà è inerente alla sua propria essenza e solo Allâh è così nobile per Se stesso.

52. al-Bâ‘it, il Resuscitatore, il Liberatore, Colui che invia, in senso universale (‘umûm) o particolare (khusûs). In senso generale (‘umûm), dal momento che “proietta” i possibili dall’inesistenza (‘adam) all’esistenza (wujûd), e questo è un “inviare” (ba‘t) che non considerano se non che coloro che postulano che i possibili (mumkinât) abbiano delle entità immutabili (a‘yân Tubûtiyya), benché chi lo affermi non supponga chiaramente ciò che qui abbiamo indicato; e dato che l’Essere (wujûd) è la medesima entità del Vero (‘ayn al-Haqq),[40] resta chiaro che non (ha “proiettato” le entità dall’inesistenza all’esistenza), questo vuol dire che chi ha inviato i possibili dall’esistenza potenziale a quella effettiva è Allâh stesso, tramite questo nome al-Bâ‘it in special modo. Quindi è, in un senso particolare (khusûs), l’invio da uno stato ad un altro, come nel caso della missione profetica dei messaggeri (ba‘t al-rusul), l’invio dal mondo all’Istmo (barzakh), come a dire, da questo mondo verso il mondo intermedio, tanto nella trance del sogno come nel transito dalla morte, e dall’Istmo verso la Resurrezione (qiyâma). Ogni invio ad un nuovo stato (hâl) o ad un'altra nuova condizione di un’entità (‘ayn)[41] che si da nell’universo, dipende dal nome al-Bâ‘it, che è uno dei nomi più straordinari con cui il Reale (al-Haqq) ha chiamato Se Stesso per [farsi] conoscere dai Suoi servi.

53. al-Šahîd, il Testimone (universale), Colui che testimonia a Se stesso del fatto che non c’è divinità se non Lui e rende testimonianza, in favore dei Suoi servi, [dove risieda] il Bene (khayr) e la Felicità (sa‘âda) per loro, di quanto hanno trasmesso i Suoi inviati intorno all’obbedienza ad Allâh e al Suo Inviato e di quanti nobili tratti di carattere (makârim al-akhlâq) [essi] hanno manifestato. Così vale per il [nome] Testimone, che contro di loro testimonia delle trasgressioni (mukhâlafât), dei disaccordi e dei tratti futili di carattere (safsâf al-akhlâq) in cui sono incorsi, per così far vedere loro la grazia (minna) e la generosità (kara) divine in virtù delle quali le dispensa, coprendo e cancellando i loro errori, di modo che finalmente, nel loro ritorno (ma’âl) insieme a Lui raggiungano la grazia generale (šumûl al-rahma), la cui ampiezza (sa‘a) li ospita, giacché sono parte della totalità delle cose che la divina compassione abbraccia. Queste cose chiamate “trasgressione” (mukhâlafa), Allâh non le fa uscire dall’inesistenza (‘adam) per farle affiorare nell’esistenza (wujûd) se non per il tramite della Sua grazia (rahma), posto che sono create (makhlûqa) dalla grazia (rahma) ed il luogo (mahall) in cui si realizzano è causa (sabab) della loro esistenza, giacché non si manifestano per se stesse se non unicamente per mezzo del trasgressore (mukhâlîf).[42] Posto che sai che sono create dalla grazia e che, come tutte le cose, celebrano la lode[43] del loro Creatore (Khâliq). Come glorificano il loro Creatore, così, sapendo che non hanno luogo per se stessi, chiedono perdono[44] per il luogo (mahall) in cui – affinché l’esistenza delle loro entità (‘ayn) si torni a manifestare – si attualizzano.

54. al-Haqq, la Verità, l’Essere, il Vero, la divina Realtà, il Reale, è il vero Essere (wujûd) “che non è raggiunto dal falso (bâtil)” - che è l’inesistenza (‘adam) - “né tra le Sue mani, né alle spalle (khalf) di Lui” (Cor. 41:42).[45] L’espressione “tra le Sue due mani (min bayna yaday-Hi)”[46] è relazionata con la Sua Parola: “ .. davanti a ciò che ha creato con le Mie due mani” (Cor. 38:75); e l’espressione “alle spalle di Lui (min khalf-Hi)” rimanda al detto dell’Inviato di Allâh – che Lui lo benedica e lo salvi -: “Non c’è dietro ad Allâh (warâ’ Allâh) luogo a cui ambire”, detto in cui letteralmente [si] attribuisce ad Allâh un “dietro” (khalf). Di modo che Lui è Essere reale (wujûd haqq) che non procede dal non-essere (‘adam) ed a cui non succede il non-essere, a differenza della creazione (khalq) che procede dall’inesistenza[47] in una maniera impercettibile, giacché l’Esistenza e l’esistenziazione (îjâd) [non cessano mai] e non c’è nel cosmo nulla di proprio del cosmo, sia in questo mondo oppure nella Dimora Postuma, bensì esistenza (wujûd) e testimonianza (šuhûd)[48] senza fine [123b] od interruzione alcuna, entità (a‘yân) che diventano manifeste e che si contemplano.

55. al-Wakîl, il Procuratore, l’Avvocato, il Valoroso, a cui i Suoi servi confidano la cura dei loro interessi (masâlih): in virtù di questa stessa attenzione (nazar) alle loro necessità, Lui ordina loro che utilizzino [generosamente] (infâq) (ciò di cui dispongono) in proporzione determinata alle loro ricchezze. Dopo che Lo hanno trovato e riconosciuto pienamente come il Valoroso (wakîl), Lui delega loro, affidando loro la cura dei loro interessi; in un senso, i beni (amwâl) Gli appartengono, ma ha incaricato loro – in tanto che vicereggenti – che si occupino di essi; in un altro senso, i beni appartengono ai servi, di modo che sono loro che delegano a Lui la custodia. I beni sono dei servi solo in virtù del beneficio (manfa‘a) che arrecano loro, ma sono di Lui giacché, come tutte le cose, stanno immersi in una glorificazione [oppure “trascendenza”] (tasbîh) permanente in Sua lode.[49] Essendo così, chi giunge a considerare la [trascendenza] (tasbîh), afferma che Allâh non ha creato il cosmo se non affinché [esso, inteso come insieme delle creature e del creato] Lo adori,[50] mentre chi dirige la sua attenzione al profitto (manata‘a) considera che Allâh ha creato solo l’universo perché ogni parte di esso sia utile e [produca beneficio] per l’altro. Il primo beneficio (manafa‘a) reciproco corrisponde all’esistenziazione (îjâd), giacché Allâh ha esistenziato i luoghi (mahâll) di manifestazione affinché possano ricevere il beneficio dell’esistenza [perché gli] esistenti (mawjûdât) non possono esistere in modo effettivo senza un luogo epifanico (mahâll),[51] ed ha esistenziato ciò che non esiste per se stesso affinché con esso si benefici di quello che non può prescindere dall’accadere degli accidenti (hawâdit), né stare libero da essi [“né stare senza gli accidenti”, ossia “ha esistenziato gli accidenti, che sono non-esistenti, affinché, prodotti gli accidenti, si manifestino i Nomi”].[52] Così, giacché l’esistenza di ognuno dei due dipende dall’esistenza dell’altro,[53] [non si può parlare di qualcosa che] implichi un “concatenamento causale reciproco” (dawr), [la qual cosa] renderebbe impossibile il raggiungimento (wuqû‘).

56-57. Al-Qawî al-Matîn, il Forte, il Fermo, è colui che ha la forza (dhu-l-quwwa) per vincere la resistenza (‘izza)[54] di alcuni o di tutti i possibili in generale, [ossia], il fatto che non accettano gli opposti.[55] A questa forza (quwwa) si deve la creazione del Mondo dell’Immaginazione (‘âlam al-khayâl), creato affinché in lui potesse manifestarsi la sintesi dei contrari (al-jam‘bayna-l- addâd), dato che la percezione sensibile (hiss) o l’intelletto (‘aql) non permettono da soli l’unione tra due opposti, mentre l’Immaginazione, invece, non impedisce tale combinazione. Così, l’autorità (sultân) [124a] e la forza del Forte unicamente si percepiscono chiaramente nella creazione della facoltà immaginativa (quwwa mutakhayyila) e del Mondo Imaginale,[56] che è – in quanto a significato (dalâla) – approssimato alla Realtà divina (al-Haqq) poiché il Vero (al-Haqq) “è il Primo e l’Ultimo, il Manifesto e l’Occulto” (Cor. 57:3). Quando domandarono ad Abû Sa‘îd al-Kharrâz: “come hai conosciuto Allâh?”. Rispose: “per il fatto che riunisce gli opposti”. Dopo recitò il verso citato. Se tutto questo non fu detto di un’Unica Entità (‘ayn wâhid), non avrei beneficio alcuno da queste parole, perché di fatto nessuno nega la diversità delle relazioni (nisab). Una stessa persona può avere molteplici relazioni, di modo che sia padre, figlio, zio materno o paterno, o cose simili a queste, ma tale persona continua ad essere la medesima [persona] e non altra [vuol dire che anche essendo padre e al tempo figlio rispetto ad altra persona, egli comunque è sempre la medesima persona]. Nessuno è riuscito veramente a [creare dalla] Forma divina (sûra)[57] salvo l’Immaginazione (khayâl), la qual cosa è un’altra cosa che nessuno può negare, giacché chiunque sia, incontra l’immaginazione in se stesso e la contempla nei suoi segni, vedendo in essa come esistente (mawjûd) quello la cui esistenza è impossibile. “Allâh è il Sostentatore (al-Razzâq), il Forte, (tû-l-quwwa), il Fermo (al-Matîn)”(Cor. 51:58).

58. al-Walî, l’Amico protettore, il Difensore vittorioso, l’Aiutante che assiste (al-Nâsir) chi Lo assiste,[58] poiché il suo vittorioso aiuto (nasr) è remunerazione. Di fatto (quanto ora detto spetta) a chi crede fermamente in Lui attribuendoGli tutta la vittoria sia che lo abbia assistito e salvato.[59] Così, il credente (mu’min) riceve l’aiuto (nasr) di Allâh necessariamente tramite l’obbligatorietà (tarîq al-wujûb),[60] secondo la Sua Parola: “Era dovere (haqq) Nostro aiutare (nasr) i credenti” (Cor. 30:47), similmente all’obbligatorietà della misericordia (wujûb al-rahma) che ugualmente a Se stesso (Egli) Si prescrive nel dire, (Egli) sia Lodato: “Vostro Signore Si è prescritto la misericordia (rahma) .. ” con chi opera il male per ignoranza “ .. ma dopo si pente ed emenda .. ” (Cor. 6:54).

Che relazione intercorre tra questo e l’ampiezza (ittisâ‘) della grazia che abbraccia tutto? L’aiuto (nasr) di Allâh si assimila alla misericordia obbligatoria (rahmat al-wujûb), differenziandosi pertanto dalla misericordia del dono di grazia (rahmat al-imtinân al-wâsi‘a), poiché non abbiamo visto in quanto ci ha rivelato – sia Lodato – alcuna referenza ad un aiuto in-condizionale (nusra mutlaqa). Abbiamo trovato solo delle referenze all’aiuto ristretto (nusra muqayyada), sia per la condizione della fede (îmân) – per la quale aiuta i credenti – sia per la Sua Parola: “Se aiuterete Allâh, Egli vi aiuterà” (Cor. 47:7), in virtù della quale aiuta chi Lo aiutano.

E si ha qui uno dei segreti (sirr) di Allâh – sia Lodato – che si manifesta nel fatto che, talvolta, gli associazionisti escono vittoriosi sui credenti. Medita accuratamente su questo e (ne ricaverai su cui poter meditare) se Dio vuole.
Così, non sopraggiunge l’aiuto fino a che abbiamo fede in Lui, ma quando la fede (îmân) si fortifica in chi la detiene per il fatto che desidera ciò che sia, Lui gli da la vittoria (nasr) su quello più debole di fede, (conformemente a quanto risulta dalla comparazione). Questo che ho detto non rimanda alla Sua Parola: “coloro che credono (yu’minûn) nel falso” (Cor. 29:52), dove chiama credenti (mu’minûn) (anche) gli associazionisti. In qualche caso, relativamente a questo versetto, si verifica con rispetto alla loro fiducia nel falso, che non abbiano fede in ciò per il fatto di essere falso, bensì che abbiano fede solamente in quello per cui credono rispettivamente a quanto crede la Gente della Verità (ahl al-Haqq) con rispetto al Vero (al-Haqq), in virtù del quale attribuì loro in questo versetto la condizione della fede (îmân), e dato che questo corrispondeva di fatto ad altro, distinto da quanto essi avevano come credenza (i‘tiqâd), il Vero la denominò per noi “il falso”, ma non in ragione di quanto essi immaginarono.

59. al-Hamîd, il Lodatore, il Lodato, il Lodabile, perché Lui è colui che loda (hâmid) tramite la lingua (di qualsiasi persona che stia lodando) e tramite Se stesso e (poi) perché Lui è, in ultima istanza, il lodato (mahmûd) in tutto quanto si innalzi, dato che tutta la lode si dirige alla fine a Lui.

60. al-Muhsî, Colui-che-comprende, il Contatore, l’Enumeratore che registra e comprende tutte le cose numerabili, tanto le lettere (hurûf) quanto le entità dell’esistenza, dato che la finitudine (tanâhî) – che comprende il computo (ihsâ’) divino – non corrisponde se non agli esseri esistenziati (mawjûdât), di modo che questa coseità (šay’iyya)[61] delle cose numerabili è la coseità dell’esistenza effettiva (šay’iyya al-wujûd)[62] e, secondo la Sua Parola, “Lui ha il conto esatto di tutte le cose (šay’)” (Cor. 72:28).

61. al-Mubdi’, il Produttore, l’Originatore, l’Iniziatore, è colui che da inizio alla creazione-Uomo (khalq) con l’esistenziazione (îjâd) nel secondo e ultimo grado (rutba) – poiché non v’è un terzo (125a) – che comprende tutto quanto del cosmo si sia manifestato o si manifesti. Il primo grado è quello della divina Realtà, il Vero (al-Haqq), che è il Primo (al-Awwal), di modo che la creazione-Uomo (khalq), in quanto alla sua esistenza, non può giammai stare al primo grado, poiché esclusivamente gli corrisponde l’ultimo grado. Ma la divina Realtà sta con lui – con l’uomo-creazione – nell’ultimo grado, dato che Lui sta con il cosmo (‘âlam) – come a dire con gli uomini “dovunque essi si incontrino” (Cor. 58:7),[63] e visto che Egli Si è chiamato Se stesso, l’Ultimo. Sappilo.

62. al-Mu‘îd, il Ri-creatore, il Restauratore, il Riproduttore dell’entità dell’atto (al-Mu‘îd ‘ayn al-fi‘l), in tanto che Creatore (Khâliq), Agente (Fâ‘il), Dispositore (Jâ‘il) ed Esecutore (‘Âmil), poiché quando Lui termina la creazione di una cosa torna (in realtà) a creare altra creazione (khalq âkhar), dato che non c’è cosa alcuna nel cosmo che si ripeta due volte in maniera identica, poiché le cose sono solamente similitudini (amthâl) contingenti necessariamente rinnovate, esse sono la nuova creazione (khalq jadîd), sono entità (a‘yân) che acquistano esistenza.

63. al-Muhyî, il Vivificatore è colui che vivifica con l’esistenza tutta l’entità immutabile suscettibile di esistenziazione, di modo che il Vero (al-Haqq) la faccia esistere nella sua esistenza.

64. al-Mumît, il Mortificatore, l’Uccisore che da la morte all’entità esistenziata nell’istante seguente, senza che si ecceda il tempo della sua esistenza, poiché la sua separazione (mufâraqa) e il suo transito (intiqâl) sono propri dello stato dell’esistenza al quale corrisponde la morte, di modo che ritorna alla sua condizione di immutabilità (thubût), essendo impossibile che torni ad esistere dopo (essere stata esistenziata) fino a che (essa non si sia estinta), e dovuto alla sua infinitudine (‘adam al-tanâhî) non può estinguersi. Comprendilo.

65. al-Hayy, il Vivo, il Vivente che vive per Se stesso e realizza (tahqîq) ciò che Si attribuisce a Se stesso – l’attributo della Vita -, (la qual cosa) non può attribuirsi se non a colui il quale Egli ha condizionato che sia vivente (hayy).

66. al-Qayyûm, l’Autosussistente, l’Immutabile, il Mantenitore, perché si cura della sussistenza di tutta l’anima (nafs) con quanto le (sia necessario).

67. al-Wâjid, il Perfetto, l’Opulento, il Trovatore, l’Autoesistente, l’Autosufficiente, per quanto cerca e raggiunge, poiché è infallibile e nulla Gli sfugge, né Gli manca, così come, al contrario, chi cerca di conoscerLo non può in realtà raggiungerLo.

68-69. al-Wâhid al-Ahad, l’Uno-Unico, in virtù della Sua Divinità assoluta (ulûha), perché non c’è divinità se non Lui.

70. al-Jamad, il Confortatore, il Supporto universale, il Protettore nella cui protezione si può confidare in tutte le situazioni, per questo Lo abbiamo trovato come Protettore (Wakîl).

71. al-Qâdir, il Libero, il Tutto-potente, il Qualificatore, è colui che infonde il potere determinante (iqtidâr) nei recipienti (qawâbil) nei quali vuole che si manifesti questo potere, esclusivamente.

72. al-Muqtadir, il Potente, l’Onnipotente esecutore, il Determinatore che determina ciò che fanno le nostre mani, dato che la forza esecutoria (iqtidâr) è Sua anche se l’azione (‘amal) si manifesta tramite le nostre mani, poiché la mano (yad) che opera nel cosmo è la mano di Allâh, dato che Suo è in definitiva il potere operativo (iqtidâr), di modo che Lui – sia Lodato – è Libero Qualificatore Tutto-potente (Qadîr) per Se stesso e Onnipotente esecutore (Mutqadir) per noi.

73-74. al-Muqaddim al-Mu’ajjir, l’Approssimatore e l’Allontanatore, l’Anticipatore ed il Rallentantore, che anticipa chi Egli desidera perché lo desidera e ritarda chi Egli vuole con rispetto a quanto Egli desidera.

75-76. al-Awwal al-Âjjir, il Primo e l’Ultimo, il Primo per necessità – in tanto che Essere Necessario pre-eterno – e l’Ultimo perché a Lui ritorna tutto in fine.

77-78. al-Zâhir al-Bâtin, il Manifesto e l’Occulto, l’Esteriore e l’Interiore, che Si manifesta a Se stesso e non cessa di manifestarSi, e dalla sua creazione Si occulta senza mai smettere di occultarSi, di modo che non può essere conosciuto giammai.

79. al-Barr, il Buono, il Benefattore, il Benevolo, per la Sua beneficenza (ihsân), le Sue grazie ed i Suoi favori, con i quali ha abbellito i Suoi servi.

80. al-Tawwâb, il Perdonatore (colui-che-rimette-i-peccati), Colui-che-sempre-ritorna, perché Si volta contro i Suoi servi affinché si pentano e ritorna a loro con la ricompensa per il loro pentimento (tawba).

81. al-Muntaqim, il Vendicatore, il Castigatore, che castiga chi Gli disobbedisce per purificarlo da [quel peccato] in questo mondo applicando i limiti prescritti dalla Legge e le sofferenze che si manifestano nel cosmo (‘âlam), la qual cosa è un’apparente rappresaglia (intiqâm) ed un’occulta grazia (jazâ’ khafî) che non tutti percepiscono, poiché incluso al dolore del lattante v’è una grazia (jazâ’).[64]

82. al-‘Afû, l’Assolvitore, l’Indulgente, Colui-che-cancella la differenza nell’eccellenza (tafâdul) della magnanimità (‘atâ’) in quanto ad abbondanza oppure a scarsità. E, dato che nelle differenti classi di doni ineludibilmente v’è scarsità od abbondanza, è necessario che il dispensare (‘afw) dell’Assolvitore sia estensivo e comprende (sia la scarsità quanto l’abbondanza) perché, come succede nel caso del nome il Maestoso (al-Jalîl), necessariamente include gli opposti (addâd).

83. al-Ra’ûf, il Benevolo, il Pietoso, per l’attitudine di pietosa bontà (salâh) e la crescente pietà in risposta a quella che tra i servi si manifesta, la qual cosa è il reciproco (maqlûb) e costituisce un aspetto della compassione (šafaqa).[65]

84. al-Wâlî, il Governatore, Colui-che-avoca-a-sé che governa per Se stesso tutto quello che amministra. Regge le entità immutabili producendo in loro l’esistenziazione; governa gli esseri esistenziali (mawjûdât) anticipando o ritardando chi Lui desidera; dispone con equità e giustizia, concede e favorisce.

85. al-Muta‘âlî, l’Altissimo, il Sublime, il Supremo, l’Esaltato su chi desidera l’elevazione (‘ulû) sulla terra e pretende quello che non gli corrisponde e sul quale non ha diritto alcuno.

86. al-Muqsit, l’Equo è colui che da in virtù della giusta distribuzione (taqsît), secondo la Sua Parola: “e non lo facciamo discendere se non che con una quantità misurata (qadr ma‘lûm)” (Cor. 15:21) che (è) la distribuzione equa.

87. al-Jâmi‘, il Riunificatore, il Totalizzatore che riunisce nella Sua esistenza (wujûd) tutto l’essere esistente (mawjûd).

88. al-Ganî, il Ricco, l’Indipendente, l’Autosufficiente, che può prescindere dai mondi ed è soddisfatto di loro senza necessità di loro.

89. al-Mugnî, l’Arricchitore è colui che conferisce al servo l’attributo della sufficienza (ginà), facendogli sapere che la Sua scienza del cosmo (‘âlam) è subordinata al suo oggetto. (126b) Così, in questo senso il cosmo non gli da di se stesso cosa alcuna, di modo che il servo è indipendente dal suo influsso e dall’influsso in lui, sapendo che non esiste (nel cosmo) se non ciò che esiste.

90. al-Badî‘, l’Innovatore, l’Inventore, l’Incomparabile, che non cessa di introdurre novità nella Sua permanentemente creazione (khalq), poiché Lui crea le similitudini (amTâl) e le dissomiglianze (gayr al-amTâl), dato che necessariamente c’è almeno un aspetto (wajh) per il quale un’immagine (mathal) si distingue dalla sua simile (mithl), e Lui è l’Innovatore di questo aspetto distintivo.

91-92. al-Dârr al-Nâfi‘, lo Spergiuratore ed il Benefattore, Colui-che-è-contro ed il Propiziatore, colui che contrasta ciò che non concorda con lo scopo finale (garad) e favorisce ciò che concorda con [lo scopo finale].

93. al-Nûr, la Luce, per quanto delle entità del cosmo si manifesta e perché dissipa l’oscurità (zulma) che l’attribuzione degli atti (nisbat al-af‘âl) al cosmo (‘âlam) comporta.

94. al-Hâdî, la Guida, per quanto dichiara ed indica a chi Lo conoscono in merito alla situazione relativa a Lui.

95. al-Mâni‘, il Difensore, è colui che trattiene i possibili, mantenendoli nella possibilità (imkân) prima di inviarli nell’esistenza effettiva. Questo trattenere (imsâk) si deve unicamente ad una saggezza divina (hikma) che la Sua onniscienza (‘ilm) nella Sua creazione (khalq) determina.

96. al-Bâqî, il Perdurante, l’Eterno, il Permanente, poiché – a differenza delle entità manifeste degli esseri esistenziali (a‘yân al-mawjûdât) che possono lasciare l’esistenza effettiva dopo di essere esistiti – è incessante, di modo che a questo Nome corrispondono la permanenza dell’esistenza (dawâm al-wujûd) e la continuità dell’esistenziazione (dawâm al-îjâd).

97. al-Wârith, l’Erede, per quello di quanto ci abbia comandato di restituirGli, in special modo dopo la morte, nel nostro transito (intiqâl) nell’Istmo (barzakh).

98. al-Rašîd, il Direttore, il Conducatore, l’Incamminatore, per il fatto che orienta ed incammina i Suoi servi nel farli conoscere che Lui – sia Esaltato - “è su una Via Diritta” (Cor. 11:56) e [tiene per la collottola chiunque sia in cammino] (dâbba), di modo che non c’è nessuno che non stia su quella Via ed il fine al quale conduce la rettitudine (istiqâma) (la Via Diritta) è la misericordia (rahma). Allâh non ha abbellito i Suoi servi con nessuna grazia (ni‘ma) tanto grande come [quella] grazia [di tenerli per la collottola] – come a dire, di guidare – tutti gli esseri che camminano, [da questo ne discende] che non c’è nessuno che non cammini con Lui per la Via Diritta.

99. al-Dabûr, il Paziente, che sopporta e tollera le molestie che, secondo la Sua Parola, Gli causano “quelli che molestano Allâh e il Suo Inviato” (Cor. 33:57) perché, avendo il potere (iqtidâr) per farlo, non si affretta a castigarli, bensì differisce il Suo castigo affinché abbia luogo tramite le nostre mani [il castigo] [127a], perché a noi spetta evitarGli ciò che [causerebbe una rappresaglia per questi fatti], di modo che nel [evitare questi comportamenti] ci elogia, perché non ci ha dato di conoscere questo, attribuendosi il nome il Paziente, se non affinché noi stessi eliminassimo da Lui quello.



Traduzione e commenti a cura di Alberto De Luca



[1] W. Chittick ha fatto una breve presentazione generale di questo capitolo nelle Illuminations, dove traduce buona parte del commentario relativo al nome Allâh (pp. 108-116).

[2] D’ora in poi le parentesi quadre, sia nel testo che nelle note, indicheranno gli adattamenti apportati da chi scrive. Entrando effettivamente in un’opera del Sufismo e per evitare di tediare il lettore, la delineazione del Sufismo stesso sarà demandata alla consultazione dei seguenti testi: S.H. Nasr, Il Sufismo, Rusconi, 1994; P. Urizzi, Islamismo: il Sufismo, ESD, 2000; Sulamî, Introduzione al Sufismo, Il Leone Verde, 2002; Kalâbâdhî, Il Sufismo nelle parole degli antichi, Officine Studi Medievali, 2002. [Ndt]

[3] Si consiglia la lettura del libro di Ibn‘Arabî intitolato Il libro del Sé divino, (Il Leone Verde, 2003) tradotto da Chiara Casseler. Il libro si compone di poche ma intense pagine redatte dal Doctor maximus dell’Islâm, che tratta il tema metafisico dell’unicità, esclusività, assolutezza ed onnipervasità del Sé divino, il Huwa. [Ndt]

[4] Vedere infra la nota su questo versetto al nome numero 25, che allude anche a ciò che segue in questo versetto.

[5] Espressione riferita in special modo alla qualità degli stati in relazione al loro valore sulla Bilancia, dove si peseranno le opere.

[6] L’autore qui si riferisce all’attitudine degli antropomorfisti.

[7] Vedere Chittick, SPK, p. 389, nota 16. La pre-determinazione consiste nel stabilire e predefinire gli stati delle cose prima che abbiano esistenza.

[8] Le creature generate dalla composizione dei quattro elementi (muwalladât al-arkân).

[9] Qui il pronome , maschile plurale, sembra riferirsi nonostante tutto alle “forme” (femm. pl.), in questo caso, “forme umane”, immagine, s’intende, della forma divina. A significare dunque, ai Suoi propri occhi. Vedere hadîth secondo il quale Lui è l’occhio con cui il servo che ama vede.

[10] Sembra potersi leggere anche così: il velo che “Colui-che-copre” lascia cadere è dato dalla stessa creazione e dalla stessa non-creazione, in quanto è la creazione stessa ad essere velo al perché stesso del suo essere creazione, mentre la non-creazione è il velo posto nell’a-temporalità della creazione. [Ndt]

[11] Come sottolinea Chodkiewicz “De cette ambivalence des Noms divins en fa‘îl mentionnés dans le Coran, Ibn‘Arabî tirera d’ailleurs des conséquences doctrinales majeures en montrant que, par example, al-‘Alîm [...] désigne Dieu en tant qu’Il est à la fois al-‘âlim (Celui qui sait) et al-ma‘lûm (Celui qui est su): le seul Connaisant et le seul Connu en tuoute chose connue” (Océan, p. 37). Cfr. Fut. III, p. 300. Vedere infra, n. 59 (al-Hamîd). Il terzo nome della radice, al-‘Allâm, è una forma intensiva.

[12] Vedere Cor. 59:22.

[13] Il versetto completo dice: “non hanno dato il giusto valore ad Allâh. Il giorno della Resurrezione,conterrà tutta la terra nel Suo pugno, i cieli staranno piegati sulla Sua destra. Gloria a Lui! È in cima a tutto ciò che Gli associano”. Trad. Cortés. Vedere nota supra n. 6.

[14] Vedere infra, n. 86.

[15] Eccellente questa resa di Beneito che molto allude al fatto che, comunque la sovranità accordata ad un uomo è in ogni caso un mantello prestato, con cui Lui lo riveste, senza che ciò, appunto, significhi impossessamento da parte dell’uomo della qualità del mantello e che si dimentichi di restituirlo, visto il suo carattere di prestito. [Ndt]

[16] Si riferisce qui alla perfetta realizzazione della servitù (‘ubûdiyya), dimora spirituale propria degli “eredi”. Lo Šaykh allude ad una sentenza che cita in vari passaggi: “Abû Yazîd, che si conta [nel novero della] Gente dello Svelamento, riferì che in una delle sue visioni Dio gli disse: “Avvicinati a Me tramite quello che Io non ho: umiltà (÷illa) e povertà”” Fut. III, p. 316. Per altre referenze a commentari di Ibn‘Arabî su questa sentenza vedere Chittick, SPK, p. 387, nota 11.

[17] O meglio: “esortazione”. Da questo testo si apprende che, così come lo intende l’Autore – basandosi sul passo coranico -, l’ascolto autentico integrale [implica] la conseguente risposta, senza la quale l’ascolto non è completo.

[18] Ibn‘Arabî impiega qui la forma di reciprocità della radice ‘-m-l per significare che l’ascolto e la risposta sono reciproci: se il servo risponde, Dio risponde.

[19] Lo Šaykh impiega qui il termine (hanîfiyya) alludendo alla “religione di Abramo, che fu hanîf e non associazionista” (Cor., 2:135). Dice un altro versetto: “Professa la Religione come hanîf, conformemente alla natura primordiale (fitra) che Dio ha posto negli uomini! [..]” (Cor., 30:30).

[20] O meglio, lett.: “il quale è un’inclinazione (mayl) verso di lei”. L’ambiguità del pronome permette ambedue le letture. In definitiva, la giusta verità (haqq) è Lui, il Vero (al-Haqq).

[21] Dice il passo: “Servite ciò che voi stessi avete scolpito / mentre Dio vi ha creato, voi e ciò che fabbricate?” (Cor., 37:95-96). Come a dire, “gli idoli, opere di vostra mano”, o meglio ancora, “voi e le vostre opere”.

[22] Come a dire, se riconosciamo nel [sopraggiungere] della conoscenza un esercizio cognitivo di Dio, o meglio se noi attribuiamo a noi stessi la facoltà e l’atto di conoscere, usurpando così l’attributo del divino sapere (‘ilm), attributo del quale, in tanto che servi ontologicamente indigenti, i credenti solo possono considerarsi investiti, [ma] mai padroni.

[23] Allusione al verso: “ricordatevi di Me, perché Io Mi ricorderò di voi!” (Cor. 2:152).

[24] Il termine (ša’n) rimanda ad un versetto coranico, frequentemente citato da Ibn‘Arabî in relazione all’idea del permanente rinnovamento della creazione in ogni istante, nel quale si dice che “ogni giorno Egli ha una [nuova] occupazione (ša’n)” (Cor. 55:29).

[25] Per una migliore comprensione di questo commento è consigliabile la previa lettura del Cor. 21:51-73.

[26] Come a dire, chi ha distrutto gli idoli. Dopo essersi riferito alla distruzione degli idoli (asnâm) da parte di Abramo che “li ridusse in briciole (judâd)” (Cor. 21:58) il passo citato dice: “Dissero: “O Abramo, sei stato tu a far questo ai nostri dèi?”. Disse: “È il più grande di loro che lo ha fatto. Interrogateli, se possono parlare!” (Cor. 21:62-63). Si osservi che l’interpretazione che Ibn‘Arabî da di questo verso, in questo contesto, differisce da quello abituale. Lo Šaykh non considera che la risposta di Abramo sia un inganno e si riferisca all’idolo più grande menzionato nel Cor. 21:58, come rispecchia la traduzione invece, sebbene intenda che Abramo proclami la verità, la dottrina corretta (i‘tiqâd sahîh), [manifesta] che veramente è stato Dio, il Grande, il Superiore (kabîr) agli idoli, e non lui [Abramo] – in tanto che mero strumento – che li ha fatti a pezzi.

[27] Precisa lo Šaykh che in questo punto c’è una pausa per segnalare la convenienza della sua lettura: il testo [del Corano] dice dopo “Interrogateli”, con [l’utilizzo di un] pronome plurale, e non [dice] “Interrogatelo”, la qual cosa indica che si riferisce agli idoli rotti e non a quello che fosse rimasto indenne.

[28] Questa comprensività (ihâta), l’idea del cerchio che abbraccia e contiene tutte le cose, si rappresenta mediante un circolo che contiene tutte le sfere.

[29] Nel senso che possono (“prendere”) esistenza (wujûd) oppure permanere nello stato latente dell’inesistenza (‘adam).

[30] Allusione a Cor. 15:21. Vedere supra n. 26 e infra n. 86.

[31] O meglio, “guidare l’uomo”.

[32] Dice il verso completo: “ Quando i Miei servi ti domandano di Me, [dì che] sono vicino e rispondo (ujîbu) alla chiamata di colui che prega quando Mi invoca. Procurino quindi di rispondere al Mio richiamo e credano in Me, sì che possano essere ben guidati” (Cor. 2:186).

[33] Il termine talbiyya, ma¡dar o nome di azione della forma verbale labbà, significa “rispondere “Eccomi a te tutto qui (labbayk)”, richiama al chiamare, comparire”. La parola allude alla preghiera islamica che inizia dicendo: “Signore mio, eccomi a te tutto qui (labbayk)!”.

[34] Lett.: “colui che estende il dono (‘atâ’)”. Con i nomi di “Liberale” ed “Arricchitore” si tratta pertanto di [cosa diversa] dai nomi di “dono”. Ma significa anche “colui che contiene ciò che dimostra”.

[35] Dice il verso completo: “Non invocate altre divinità insieme a Dio! Non c’è altro dio che Lui! Tutto perisce eccetto Lui [lett.: “salvo la Sua Faccia (wajh)”]! Sua è la decisione! Ed a Lui sarete restituiti!” (Cor. 28:88).

[36] Allusione al Cor. 3:26, dove si dice: “nella Tua mano sta il bene”.

[37] Lett.: “non rinvia a Te”, “non si riferisce a Te”. Ibn‘Arabî spiega che “il mondo della creazione e della composizione richiede il male (šaur) per sua stessa essenza; [..mentre] il Mondo dell’Ordine è il puro Bene (khayr) in cui non c’è male in assoluto”. Cfr. Fut. II, p. 575, lss. 25-26. Su queste nozioni del bene e del male – inteso [quest’ultimo] come assenza di bene ed inesistenza [non-esistenza] – vedere Chittick, SPK, “Good and Evil”, pp. 290-91.

[38] Ossia, “anche se disobbediscono”. [Ndt]

[39] Lo Šaykh specifica nel testo che questo termine – che potrebbe confondersi graficamente con il part. att. “amanti” (muhibbûn), più comune in questa forma – è qui participio passivo (ism maf‘ûl). Probabilmente l’autore usa la quarta forma in luogo del part. pas. della prima (ma|bûb), più frequente, come allusione al hadîth in cui Dio dice: “E il servo non cessa di avvicinarsi a Me [..] fino a che Io lo amo e quando Io lo amo ..”, nel quale si impiega la quarta forma.

[40] Come a dire, l’Esistenza è identica al Vero; l’Esistenza-incontro è la medesima Realtà divina, Dio in tanto che Realtà. Per una corretta interpretazione di questa formulazione, che non deve essere confusa con la dottrina panteista, vedere W. Chittick, “L’Unicità dell’Essere”, POSTDATA, XV, estate 1995, pp. 30-41. S.H. Nasr chiarifica questo punto in termini inequivocabili: “La dottrina essenziale del sufismo, specialmente nell’interpretazione di Ibn‘Arabî e la sua Scuola, è quella dell’unità trascendente dell’Essere (wahdat al-wujûd), per la qual cosa molti studiosi moderni lo hanno accusato di essere un panteista, un panteista ed un monista esistenziale e, più recentemente, di seguire ciò che si denomina come misticismo naturale. Tuttavia tutte queste accuse sono false dato che confondono le dottrine metafisiche di Ibn‘Arabî con la filosofia, e non hanno in mente il fatto che il cammino della gnosi non è scisso dalla grazia e dalla santità. Le accuse di panteismo contro i sufi sono doppiamente false perché, in primo luogo, il panteismo è un sistema filosofico, mentre quello di Ibn‘Arabî ed altri come lui mai dichiararono la loro adesione a nessun tipo di “sistema” e, in secondo luogo, perché il panteismo implica una continuità sostanziale tra Dio e l’Universo, mentre lo Šaykh sarà il primo a sostenere l’assoluta trascendenza di Dio su tutte le categorie, inclusa quella della sostanza. I critici che accusano i sufi di panteismo tralasciano la differenza fondamentale tra l’identificazione essenziale dell’ordine manifestato con il suo Principio ontologico e la sua identità e continuità sostanziale. Quest’ultimo concetto risulta metafisicamente assurdo e contraddice tutto ciò che dissero Ibn‘Arabî ed altri sufi rispetto all’Essenza divina. [..] È certo che Dio dimora nelle cose, ma il mondo non “contiene” Dio, e qualunque termine che implichi quest0ultimo senso non è appropriato per descrivere la dottrina del wahdat al-wujûd”. Cfr. “Ibn‘Arabî ed i sufi”, POSTDATA, XV, estate 1995, pp. 17-18.

[41] Come dire, il suo invio dallo stato latente all’esistenza effettiva e viceversa.

[42] Il mukhâlîf è il luogo (mahall) e la causa secondaria (sabab) della manifestazione della trasgressione (mukhâlafa).

[43] Allusione al Cor. 17:44. Vedere infra n. 55 (al-Wakîl).

[44] Le trasgressioni, affinché si possano manifestare, chiedono a Dio che perdoni (istigfâr) e “copra” (vedere supra, n. 16, i nomi di radice g-f-r) il luogo in cui si attualizzano, [ossia], l’uomo per il quale si realizzano. Secondo l’autore, “ .. la disobbedienza (ma‘siya), quando in essa lo gnostico è presente con Allâh, è viva (hayya) e dotata di uno spirito divino (ruh ilâhî) che fino al Giorno del Giudizio chiede ad Allâh che lo perdoni per averla realizzata, ed Allâh trasforma ciò che di essa era cattivo in buono (hasan), così come sostituisce il suo corrispondente castigo in ricompensa”. Cfr. Fut. II, p. 652. Su questa prospettiva della disobbedienza e sulla nozione di “immunità del luogo di manifestazione” (‘ismat al- mahall), come a dire, dell’Uomo, esente dalla colpa (vedere Cor. 48:2, dove tale esenzione si riferisce a Muhammad), vedere S. Hakîm, Mu‘jam, pp. 806-811.

[45] Nonostante tutto, in questo contesto Ibn‘Arabî intende, differentemente dall’interpretazione usuale, che la frase si riferisca a Dio, il quale “il falso non Lo raggiunge né davanti [lett.: “tra le Sue mani”] né alle spalle di Lui”, e [nel continuare] giustifica la sua interpretazione con due riferimenti scritturali che dimostrano che le espressioni “Sue due mani” e “alle spalle di Lui” possono riferirsi a Dio. In qualunque caso, in ragione dell’interpretazione più abituale di questo passo coranico il nome al-Haqq, “la Verità”, definito qui come wujûd “completamente inaccessibile al falso”, si riferisce anche in maniera allusiva al Corano, alla Scrittura dell’Esistenza. Cfr. S. Hakîm, “al-Qur’ân al-Kabîr”, Mu‘jam, p. 908.

[46] L’espressione è stata tradotta letteralmente perché si intenda il commento, anche se in generale si tradurrebbe “né da davanti di lui” poiché tale è il suo significato nell’uso comune della lingua. Serva questo passo da esempio della pratica akbariana di lettura, non già letterale, se non letteralissima: interpretazione ultraletterale, “letteralmente”.

[47] Nell’incessante rinnovamento della creazione ad ogni istante. Ciò che si dice della creazione (khalq), si intenda anche dell’uomo, la creatura (khalq) per eccellenza.

[48] Il wujûd corrisponde a Dio ed il šuhûd corrisponde al servo. “God is present and finds Himself in allthings, and man witnesses this presence and finding to the extent of his capacity. Wujûd as such belongs to the Nonmanifest, though its reverberations fill the cosmos. In contrast, šuhûd is the vision of self-disclosure and belongs to the manifest realm”. Cfr. Chittick, SPK, pp. 226-227.

[49] Allusione a Cor. 17:44: “Lo glorificano i sette cieli, la terra ed i suoi abitanti. Non c’è nulla che non celebri le Sue lodi, ma voi non percepite la loro lode (tasbîh). Egli è indulgente e perdonatore”.

[50] Lett.: “per la Sua adorazione (li-‘ibâdati-Hi)”. Allusione al verso: “Non ho creato i jinn e gli uomini se non affinché Mi servissero (li-ya‘budûnî)” (Cor. 51:56). Come a dire, affinché l’uomo, assolvendo alla sua funzione cognitiva, serva al fine del cosmo, che è – secondo l’hadîth del tesoro Occulto – conoscere Dio, che ha manifestato il cosmo per Sua volontà di dar[S]i a conoscere.

[51] Come a dire, perché possano manifestarsi gli accidenti, le proprietà od effetti dei Nomi, che sono i fenomeni o creazioni – cose, entità, forme – del cosmo, per i quali i Nomi diventano manifesti. Vedere Chittick, SPK, p. 39.

[52] Come a dire, il luogo epifanico (mahâll) dove gli accidenti diventano manifesti: l’Uomo Universale.

[53] Lett.: “del suo compagno”.

[54] Lett.: “inacessibilità”.

[55] Lett.: “la non ricezione dei contrari” (‘adam al-qubûl li-l-aÿdâd). Si potrebbe chiamare questa resistenza dei possibili, “non-incontrabilità”, la tendenza a non accogliere ed unire i contrari, facoltà per la quale l’altro non può essere il suo opposto.

[56] Questa traduzione,presa dal latino Mundus imaginalis, proposta da H. Corbin per differenziare il mondo oggettivo dell’Immaginazione attiva dal meramente immaginario, è stata adottata in modo praticamente unanime nelle traduzioni francesi ed inglesi come, anche più recentemente, nelle spagnole. Continuando si segnala che l’espressione “mondo imaginale” si approssima al significato della Realtà che designa il nome al-Haqq.

[57] Lett.: “prendere possesso della Forma”. Ossia, nessuno è riuscito ad “acquisire” la capacità di riunire gli opposti, niente e nessuno poté eccetto l’Immaginazione.

[58] Il servo “aiuta” Dio obbedendo con la fede ai Suoi precetti e tramite il riconoscimento del fatto che solo Sua è la vittoriosa assistenza, poiché “La vittoria (nasr) non viene se non da Dio .. ” (Cor. 3:126). “Gli associano divinità .. che non possono aiutarlo (nasr) senza aiutarsi da se stessi?” (Cor. 7:192).

[59] Con l’aiuto e la vittoria della fede che lo ha ispirato.

[60] Dio Si è imposto a Se stesso, secondo il versetto citato nella continuazione, la obbligatorietà (wujûb), il dovere (haqq) di aiutare i Suoi fedeli credenti (mu’minûn).

[61] La condizione di essere cosa od oggetto.

[62] La coseità dell’esistenza effettiva (šay’iyya al-wujûd) in opposizione alla coseità dell’inesistenza o coseità dell’esistenza immutabile.

[63] Un primo grado ontologico dell’esistenziazione – non soggetto alla temporalità – corrisponde all’esistenza di Dio, il Primo, in tanto che divina realtà e Principio originale. Un secondo grado corrisponde all’Uomo-creazione, cioè, al cosmo nei suoi due aspetti micro e macrocsmico, e al nome divino l’Ultimo, Dio essendo co-presente, in tanto che Fine, in questo grado con l’Uomo-creazione.

[64] Se il lattante non sperimenterebbe ed esprimesse il suo desiderio di alimento, questo passerebbe inosservato. Questo è un esempio valido di quale sia l’idea del dolore con riferimento al suo occulto aspetto di grazia. Nel caso dei tormenti spirituali, essi producono due funzioni: una purificatrice ed una orientatrice. Da un lato il calore del fuoco rende possibile la sublimazione, dall’altro i sintomi di un’infermità rendono manifesta la sua esistenza ed indicano la necessità di una sua sanatoria.

[65] In relazione al rapporto tra servo e servo, ma anche tra il Signore ed il Suo servo.


Pablo Beneito Arias è professore al Dipartimento di Filologia Comparata dell’Università di Siviglia, dove dirige un gruppo di ricerca sulla “Conoscenza nell’Andalusia”.

Insigne studioso dell’opera akbariana, può vantare numerose pubblicazioni sia in lingua spagnola che inglese. Di cui citiamo soltanto i libri: Mujeres de Luz, Madrid, 2001; Los Nombres de Dios en la Obra de Muhyi-l-Dîn Ibn al-Arabî, Madrid, 2001 ; Las Contemplaciones de los Misterios, Murcia, 2003 ; An Unknown Akbarian of the Fourteenth Century, Kyoto, 2000 ; Ibn ‘Arabî : the Seven Days of the Heart, Oxford, 2000 ; Poesia Sufi, Casablanca, 1999. Senza citare tutte le sue collaborazioni con varie e prestigiose riviste, che si tralasciano per il timore di ometterne qualcuna.


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Nicolae Berdiaev, La mort, (fragments)

Selon la foi chrétienne, la mort est le résultat du péché et le dernier ennemi appelé à être vaincu. Et cependant elle représente, dans notre monde pécheur, un bien et une valeur. En effet, si elle provoque en nous une angoisse inexprimable, ce n’est pas uniquement du fait qu’elle est un mal, mais aussi du fait qu’elle comporte une profondeur et une majesté qui ébranlent notre monde quotidien, surpassent les forces amassées dans notre vie et qui ne correspondent qu’aux conditions de ce monde. Pour être à la hauteur de sa perception et de l’attitude qui lui est due, une intensité spirituelle et une illumination exceptionnelles sont requises. On pourrait donc suggérer que le sens de l’expérience morale de toute la vie consiste à amener l’homme à cette appréhension et à cette attitude. Platon était dans le vrai quand il enseignait que la philosophie n’est pas autre chose qu’une préparation à la mort. Mais la difficulté ne réside qu’en une chose, c’est que la philosophie est incapable de nous apprendre par elle-même comment mourir et comment vaincre la mort. Sa doctrine de l’immortalité ne nous ouvre, sous ce rapport, aucune voie. On pourrait dire que, dans ses obtentions suprêmes, l’éthique est bien plus une éthique de la mort qu’une éthique de la vie, la mort révélant la fin, qui seule communique un sens à l’existence. La vie n’est noble que parce qu’elle comporte la mort, qui atteste que l’homme est destiné à une autre vie suprême; sans elle, l’existence eût été vile et insensée. Mais, entre la vie dans le temps et la vie dans l’éternité, s’étend un abîme, que l’on ne peut franchir que par la mort, c’est-à-dire par l’angoisse de la rupture. Dans ce monde, conçu comme isolé, fini et se suffisant à lui-même, tout apparaît insensé, parce que tout ce qui est corruptible, transitoire, c’est-à-dire mortel, est la source du non-sens de ce monde et de tout ce qui s’y produit. Tel est un des aspects de la vérité accessible à un horizon limité. Heidegger a raison de dire que la quotidienneté (das Man) paralyse la nostalgie liée à la mort. La quotidienneté ne provoque en face de la mort qu’un effroi d’ordre inférieur, qu’un frémissement devant elle, comme devant la source du non-sens.

Mais il existe un autre aspect de la vérité, généralement dissimulé à l’horizon limité: la mort n’est pas seulement l’indice du non-sens de la vie, de sa corruptibilité, elle est aussi le signe de son sens suprême. La nostalgie et l’angoisse profondes qui nous étreignent devant son mystère sont la preuve de ce que nous ne relevons pas uniquement de la surface, niais de la profondeur, de ce que nous n’appartenons pas seulement à la quotidienneté de la vie dans le temps, mais aussi à l’éternité. Or si l’éternité dans le temps nous attire, elle provoque également en nous une angoisse et une nostalgie. Celles-ci sont suscitées non seulement par la fin et la mort de ce qui nous est cher, de ce à quoi nous sommes attachés, mais, à un degré plus grand et plus profond, par l’abîme qui s’étend entre le temps et l’éternité. Liées au franchisse. ment de cet abîme, l’angoisse et la nostalgie représentent aussi l’espoir de l’homme, espoir que le sens définitif est destiné un jour à se révéler et à se réaliser. Ainsi, si la mort correspond à l’angoisse de l’homme, elle correspond aussi à son espoir, bien qu’il ne le conçoive pas toujours et qu’il ne lui donne pas son vrai nom. Le sens procédant d’un autre monde embrase l’homme de ce monde et exige l’épreuve de la mort. La mort n’est pas seulement un fait biologique ou psychologique, mais aussi un phénomène de l’esprit. Son sens réside en ce que l’éternité est irréalisable dans le temps, en ce qu’en lui l’absence d’une fin correspond à un non-sens.

(fragment de l’ouvrage De la destination de l’homme, Essai d’éthique paradoxale, 1931)

La notion philosophique de l’immortalité naturelle de l’âme, déduite de sa substantialité, est stérile, en ce qu’elle néglige le fait même de la mort. En partant de son point de vue, la lutte contre la corruption au nom de la vie éternelle se trouve être inutile. Cette doctrine correspond en somme à une métaphysique rationaliste, totalement dépourvue de tragique. Le spiritualisme scolaire n’est pas une solution au problème de la mort et de l’immortalité, c’est une spéculation de cabinet de travail, éminemment abstraite et non vitale. Et il en est de même de l’idéalisme, incapable non seulement de résoudre le problème, mais même de le poser. L’idéalisme, tel qu’il s’exprima dans la métaphysique allemande, ignore la personne, ne voit en elle qu’une fonction de l’esprit universel et de l’idée, raison pour laquelle il est si peu sensible au problème de la mort.
En effet, on ne peut percevoir la tragédie de la mort qu’en ayant une perception profonde de la personne, qu’en la regardant comme éternelle. Car, n’est tragique que la disparition de ce qui est immortel par sa valeur et sa destination. Si la mort de l’homme nous est intolérable, c’est parce que la personne qui est en lui correspond à l’idée et au dessein divins éternels, parce qu’en elle est inclue l’unité de toutes les forces et possibilités humaines. La personne ne naît pas d’un père et d’une mère, elle est créée par Dieu. L’immortalité naturelle de l’âme et du corps n’est pas donnée à l’homme engendré par un processus générique. L’homme dans ce monde est un être mortel. Mais il est conscient de l’image divine, de la personne qu’il porte en lui, il sait qu’il fait partie non seulement du monde naturel, mais aussi du monde spirituel. Et c’est pourquoi il se considère comme appartenant à l’éternité: c’est pourquoi il y aspire. Ce n’est pas l’élément psychique ou l’élément corporel, pris en eux-mêmes, qui sont éternels et immortels en l’homme, mais bien l’élément spirituel, dont l’action, en s’exerçant sur eux, forme précisément la personne, réalise l’image divine. L’homme est immortel et éternel en tant qu’être spirituel appartenant à un monde incorruptible, mais il n’est pas naturellement et de fait un être spirituel; il ne l’est que si l’esprit triomphe en lui et maîtrise ses éléments inférieurs. L’intégralité et l’unité sont engendrées par le travail de l’esprit et c’est elles qui constituent la personnalité. L’individu naturel n’est pas encore une personne et l’immortalité ne lui est pas inhérente. N’est naturellement immortelle que l’espèce. L’immortalité se conquiert par la personne et désigne une lutte en faveur de celle-ci.

(fragment de l’ouvrage De la destination de l’homme, Essai d’éthique paradoxale, 1931)

Nous éprouvons une terreur non seulement à l’idée de la perte de la personne, mais à l’idée aussi de la disparition du monde. Il existe une Apocalypse personnelle et une Apocalypse universelle. L’état d’esprit apocalyptique est celui dans lequel l’idée de la mort atteint une intensité extrême, tout en étant une voie menant à une nouvelle vie. L’Apocalypse est une révélation de la mort du monde, bien que celle-ci n’ait pas en elle le dernier mot. Ce n’est pas seulement l’homme, les peuples et la culture qui y sont destinés, mais l’humanité dans son ensemble, l’univers entier. Et il est curieux de constater que l’appréhension que suscite en nous cette idée est plus grande que celle de notre mort personnelle. À vrai dire, la destinée de la personne et la destinée du monde sont intimement liées, elles s’enchevêtrent par mille réseaux. Aux époques où l’état d’esprit apocalyptique fait défaut, l’obsession de la mort est atténuée pour l’homme par le sentiment de son immortalité générique, dans laquelle les résultats de sa vie et de ses oeuvres sont destinés à survivre et à se perpétuer. Mais l’Apocalypse marque la fin de cette perspective, en elle chaque créature et toute la création sont placées de manière immédiate devant le jugement de l’éternité. Même l’espoir relatif d’atteindre l’immortalité et d’éterniser nos oeuvres à travers nos enfants nous est refusé, tous les espoirs ayant une fin dans le temps. L’apocalypse est un paradoxe du temps et de l’éternité qui résiste à la rationalisation. La fin de notre monde survient déjà dans notre temps, bien qu’elle marque aussi la cessation de ce temps et se trouve conséquemment par-delà ses limites. C’est là une antinomie analogue à celles de Kant. Lorsque la fin viendra, le temps n’existera plus. Et c’est pourquoi nous ne pouvons penser la fin du monde que d’une manière paradoxale, c’est-à-dire à la fois dans le temps et dans l’éternité. Tout comme la fin de l’homme pris individuellement, elle est un événement à la fois immanent et transcendant. Et notre angoisse et notre nostalgie sont précisément dues à cette conciliation, qui nous demeure inaccessible, de l’en-deçà et de l’au-delà, du temps et de l’éternité. Aussi bien pour nous que pour l’univers entier, sonne l’heure de la catastrophe imminente, du "saut" à travers l’abîme, de l’inconcevable évasion hors du temps, s’effectuant encore dans le temps. Si, dans notre temps pécheur, notre monde pécheur avait été infini, c’eût été une hallucination tout aussi atroce que la prolongation illimitée de la vie d’un être individuel. C’eût été, en quelque sorte, le triomphe du non-sens. Aussi le pressentiment de la venue de la fin ne provoque-t-il pas qu’une angoisse et une nostalgie, mais parallèlement un espoir en la révélation et en la victoire du sens. Car le Jugement dernier, appelé à être prononcé sur la personne et sur le monde, pour peu qu’on en perçoive la signification intérieure, n’est pas autre chose que l’obtention du sens assignant aux valeurs et aux qualités leur place légitime.
Le paradoxe du temps et de l’éternité n’existe pas seulement par rapport à la destinée du monde; il s’affirme aussi quant à la destinée de la personne. En effet, on objective la vie éternelle, on la naturalise et on la confond avec une existence d’outre-tombe. Elle nous apparaît comme une sphère naturelle de l’être, différente tout simplement de la nôtre. Mais la vie éternelle, si on la prend intérieurement, est, de par son principe, d’une tout autre qualité que la vie naturelle et même supra-naturelle considérée dans son ensemble: elle est une vie spirituelle, chez laquelle l’éternité commence encore dans le temps. Si la vie de l’homme avait été intégralement transformée en vie spirituelle, si le principe esprit y avait subjugué définitivement l’élément psychique et corporel, la mort en tant que fait naturel n’aurait jamais apparu, l’accession à l’éternité se serait effectuée sans son intermédiaire. Car la vie éternelle n’est pas la vie du futur, mais la vie du présent, la vie dans la profondeur de l’instant, où s’effectue précisément la rupture du temps. C’est pourquoi la conception qui place l’éternité dans l’avenir, en tant qu’existence d’outre-tombe, qui compte sur la mort dans le temps pour communier à la vie divine, offre une erreur éthique. Dans l’avenir, en somme, l’éternité ne s’instaurera jamais, car il n’y a en elle qu’un mauvais infini. Et ce n’est que l’enfer que nous pouvons considérer sous cet aspect. Cette cessation de la projection de la vie dans le temps correspond, selon la terminologie de Heidegger, à la cessation de ce souci qui temporalise l’être. La mort existe du dehors, comme un certain fait naturel, se produisant dans l’avenir et elle désigne une temporalisation de l’être, une projection de la vie dans l’avenir. Du dedans, c’est-à-dire du point de vue de l’éternité, se révélant dans la profondeur de l’instant, la mort n’existe pas, elle n’est qu’un moment de la vie éternelle, du mystère de la vie. La mort n’existe qu’en deçà, dans l’être temporalisé, dans l’ordre de la "nature".

(fragment de l’ouvrage De la destination de l’homme, Essai d’éthique paradoxale, 1931)


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03 juin 2006

Rama P. Coomaraswamy, Feminism And The Veiling Of Women, (full text)

Every woman who prayeth or prophesieth with her head uncovered dishonoreth her head.” (Cor. 11:5).

There is neither male or female, for ye are one in Christ.” (Gal. 3:28)

There is considerable resistance, even among so-called traditional Catholics, to women covering their heads in Church, or to use the more common phrase, to women wearing veils. Now, the veiling of woman is an Apostolic command (I Cor, XI:4-16), and hence the attitude of a faithful Catholic is one which accepts Apostolic injunctions without question.

Let it be clear from the start that the idea that Paul was only accommodating himself to Jewish or middle eastern practice and that therefore such restrictions no longer apply, is a totally modernist concept. Tertullian specifically states that this command applies “everywhere and always.”

St. Paul provides us with two reasons for this practice. The first is that “the head of every man is Christ; and the head of the woman is the man… the man indeed ought not to cover his head, because he is the image and glory of God; but the woman is the glory of the man, for the man is not of the woman but the woman of the man.” The second reason, perhaps less explicit, is that a woman should have a cover over her head (‘power’ being an alternate word for ‘cover’) “because of the angels.”

The first reason seemingly speaks to the subordinate role of women. Paul however is not concerned with the sexes as such, but rather with higher realities of which men and women are reflections. As Claude Chavasse explains: “the sexes signify eternal varities, and for that reason they must illustrate the qualities of direction and submission. It is not because Paul is a ‘typical oriental’ that he says ‘the head of the woman is the man,’ but because she is the type of the Church and he of Christ. …just as the Church should have no Head but Christ, so the woman should have no head but her husband.” The church fathers in discussing this issue make it clear that this “subordination” in no way implies that women are inferior to men or in any way limited in their relationship to God. Paul himself says that “in Christ Jesus there is neither male nor female.” However, within the social relationship, reflecting the relationship of the Church to Christ, she does have a subordinate position. As Ambrosiaster says “Although man and woman are of the same substance, the man has relational priority because he is the head of the woman. He is greater than she is by cause and order, but not by substance. Woman is the glory of man, but there is an enormous distance between that and being the glory of God.” Severian of Gabala, another early father is even more explicit: “what we are talking about here is not nature but a relationship.”

Under normal conditions the majority of women live within the married state. The family is in fact the building block of any healthy society. Those imbued with socialist ideation – conscious or unconscious – no longer consider the family as a norm and whatever loyalties they have are more oriented towards the government, which encourages single parent “families,” same sex “marriages,” homosexuality and a host of parallel agendas. But for the Catholic, the family unit remains the norm, and to understand the proper status of women in the married state we should turn once again to St. Paul, who speaks to this in Chapter 5 of his letter to the Ephesians:

“For the Church is subject to Christ, so also let the wives be to their husbands in all thing. Husbands love your wives, as Christ also loved the church, and delivered himself up for it: that he might sanctify it, cleansing it by the laver of water in the word of life. …so ought men to love their wives as their own bodies. He that loveth his wife, loveth himself… This is a great sacrament.” I am fully aware that feminists dislike this passage because it speaks of obedience. Yet, under normal circumstances the father is head of the family. In this he reflects the priest who is “father” to the community, and both in turn reflect God who is “our Father in Heaven.” The father of the family is spiritually responsible for those under his care, and following the teaching of Our Lord, he can say: “if you love me you will obey my commandments.” He is of course himself under the obligation of obedience to Christ. He rules the family by “divine right,” – “right” being an older word for “law.” If he rules by other than divine right, that is, if he institutes his own private rules for those of God, he becomes a tyrant. If indeed the head of the family is to pattern his behavior after Christ, the woman should have little trouble in giving him obedience. The end result of such a relationship is that the family itself becomes a mini-Church, or a Nazareth in which the children can grow up “subject” to their parents as Jesus was to Mary and Joseph. St. Paul tells us in the next sentence that children are obliged to obey their parents. It will be argued that this is a rather “idealized” picture, but if the normal has become only an idealized picture in our age, this is indeed a tragedy, the fruits of which we see all around us.

The feminist agenda holds that women and men are equal. It is the subordinate role that rankers the modernist woman. Now clearly justice requires that working women should have equality in the workplace. There is no justification for paying women less or making them work longer hours for the same pay as men. But this in no way militates against the Pauline precept. The feminist attitude is not entirely modern. St. Chrysostom commented in the fourth century that “a woman does not acquire a man’s dignity by having her head uncovered but rather loses her own. Her shame and reproach thus derive from her desire to be like a man as well as from her actions” (Homilies on the Epistles of Paul to the Corinthians, 25.4). He likens the situation to a governor approaching a king without the symbols of his office, and holds that a woman in covering her head in church is approaching God with the symbol of her office. For those in religion, the same subordinate role requires their obedience both to the rule and to the superior who is spiritually speaking, Christ. If there is “rebellion” in the family, there is even greater rebellion in the orders, and this very often starting with the superiors who are themselves refusing obedience to Christ.

All this does not deny that women are of the same substance as man, but rather gives expression to a relationship between them. As Ambrosiaster says, “man is the head of the woman. He is greater than she is by cause and order, but not by substance. Woman is the glory of man, but there is an enormous distance between that and being the glory of God.” (Commentary on Paul’s Epistles). Augustine further comments that “it is not as though one part of humanity belongs to God as its author and another to darkness, as some claim. Rather the part that has the power of ruling and the part that is ruled are both from God” (Against the Manicheans 3.26.40).

The idea of obedience is of course not without its difficulties. Paul stresses this with regard to marriage. It is often forgot that if obedience is incumbent upon the wife, it is also incumbent upon the husband to be Christ-like. Like a king who rules by divine right - that is by God’s laws, so also the husband must rule as an alter Christus. If he were to rule by his own law, he would in fact be a despot. If then the husband is truly Christ-like, than obedience becomes a blessing.

What is frequently not realized is that it is far better, as St. Bernard says, to live under obedience than to be placed in command. Of course we are all under obedience to Christ, but as is true in any organization, Obedience flows from the “top,” through a hierarchy of authorities to those below. Obedience is not blind and can never be used to command what is sinful. One must always understand what one is obeying.

Feminists like to proclaim that God is a woman. In this claim they point to an important fact, namely that the male–female polarity has its origin in God and not in man. Why it is that God, who in his Absoluteness is without gender, is nevertheless rendered in creation as masculine, while Nature - that is Natura Naturans Creatrix is referred to as feminine. Let us consider the act of creation. In God Essence and Nature are united. In creation there is a division between Essence and Nature, Heaven from Earth, and subject from object. Nature then “recedes from likeness to God, yet even insofar as it has being in this wise, it retains a certain likeness to the divine being” (Summa Theol 1.14.11 ad 3). Henceforth Essence is the Creator and active power, Nature, the means of creation and passive recipient of form. “Nature as being that by which the generator generates” (Damascene, De fide orthodoxa 1.18). The relationship between man to woman is a likeness to the relationship between Essence and Nature, and marriage is a symbol and reflection of the identification of Essence and Nature in divinis. This same relationship is repeated in the course of our everyday functioning.

God then, who in His essence is neither male nor female, contains within His essence the archetypes of Absoluteness and Infinititude. In manifestation these archetypes separate. (In Taoist terms into Yin and Yang ) His absoluteness becomes the masculine or “active” pole and His infinitude the feminine or “passive” pole. Thus in Genesis we read that “the Spirit moved upon the face of the waters” – the waters symbolizing the “all possibility” of creation, and metaphysically understood as representing the Blessed Mother of whom it is said “I was set up from eternity and of old before the earth was made.” Hence, as an Eastern text puts it, “all creation is feminine relative to God.” The masculine reflects the absolute nature of God and hence justice, rigor and majesty. The feminine reflects the infinite nature of God which is seen as reflected in the qualities of mercy, generosity and beauty, in indeed in the infinitude of all creation. It is precisely this quality of infinitude that manifests itself in mercy and generosity that makes the women’s function of giving birth and nurturing so central to her fulfillment. Those who deny this would do well to consider the struggles many single women face as they approach the menopause – a sort of recognition that they have let one of the most important aspects of their womanly nature slip by unfulfilled. So many have succumbed to the idea of a “career” without in fact recognizing that the majority of careers open to them are little more than becoming factory workers or secretaries – hardly vocations such as truly utilize all their creative faculties. (Of course, men are also limited in attaining truly vocational forms of employment.)

There is yet another level that reflects this relationship – in every human being, be he biologically male or female. Every individual is constructed, as it were, of three components – Spirit, psyche (which includes our thinking processes and opinions) and body. Now the Spirit is considered masculine and the psyche and body (often considered as the “psycho-physical”) is considered female. The later of course is meant to be subordinate to the higher, which is to say the Spirit of God that dwells within every individual. Such is incorporated in the myths of every nation. St. George was only able to free the princess or psyche after he had slain the dragon. And it was the kiss of the golden prince that released Snow white from her somnolent state – the result of her partaking of the poisoned apple. Hero and Heroine are two selves - duo sunt in homine - immanent Spirit (ASoul of the soul,@ Athis self= immortal Self@) and individual soul or self: Eros and Psyche, or metaphysically speaking, Male and Female. These two, cohabitant Inner and Outer Man are at war with one another, and there can be no peace between them until the victory has been won and the soul, or self, this AI,@ submits. It is not without reason that the Heroine is so often described as haughty, disdainful, and “orgelleuse.” Philo and Rumi repeatedly equate this soul, our lesser self, with the Dragon, and it is this soul that we are told to Ahate@ if we would be disciples of the Sun of Men. The myth of the Loathly Bride survives in St. Bonaventura=s prediction of Christ=s Marriage to the Church: AChrist will present his Bride, whom he loved in her baseness and all her foulness, glorious with his own glory, without spot or wrinkle.@

Eckhart places the following admonition in the mouth of his spiritual daughter “I know very well that women can never come into heaven; they have to become men first. It is to be understood like this. They must perform manly deeds and must have manly hearts with full strength so that they may resist themselves in all sinful things

According to Matthias Scheeben, Marriage ranks as a Sacrament because it is a figure of the union between God and the Church, and as a consequence, of the union also between God and the soul. The importance of this relationship is explained by Scotus Erigina:


"The woman is the rational soul [anima], whose husband [literally vir or 'man' (with the connotation of 'active power') not maritus or conjunx] is understood to be the animus, which is variously named now intellect [intellectus], now mind [mens], now animus and often even spirit [spiritus]. This is the husband of whom the Apostle speaks "the head of the woman is the man, the head of the man is Christ, the head of Christ is God." I other words, the head of the anima is the intellectus, and the head of the intellectus is Christ. Such is the natural order of the human creature. The soul must be submitted to the rule of the mind, the mind to Christ, and thereby the whole being is submitted through Christ to God the Father... Spirit revolves perpetually about God and is therefore well named the husband and guide of the other parts of the soul, since between it and its creator no creature is interposed. Reason in turn revolves around the knowledge and causes of created things, and whatever spirit receives through eternal contemplation it transmits to reason and reason commends to memory. The third part of the soul is interior sense, which is subordinate to reason as the faculty which is superior to it, and by means of reason is also subordinate to spirit. Finally, below the interior sense in the natural order is the exterior sense, through which the whole soul nourishes and rules the fivefold bodily senses and animates the whole body. Since, therefore, reason can receive nothing of the gifts from on high unless through her husband, the spirit, which holds the chief place of all nature, the woman or anima is rightly ordered to call her husband or intellectus with whom and by whom she may drink spiritual gifts and without whom she may in no wise participate in gifts from on high. For this reason Jesus says to her, 'Call your husband, come hither.' Do not have the presumption to come to me without your husband. For, if the intellect is absent, one may not ascend to the heights of theology, nor participate in spiritual gifts." ”

Similarly, Meister Eckhart teaches in his commentary on the Scriptural passage “Happy is the man that dwells in wisdom”:

“I have often said there are two powers in the soul: One is the man and one is the woman. The power in the soul that one calls the man is the highest power of the soul in which God shines bare; for into this power nothing enters but God, and this power is continually in God. And so if a person were to take all things in this power he would take them not as they are things, but as they are in God. Therefore a person should dwell continually in this power because all things are alike in this power. This is why that person is happy who dwells continually in this power; he dwells continuously in God. That we may dwell continually in God, may we receive the help of our dear Lord Jesus Christ, Amen.”

There is yet another reason why women are veiled, and that is that every soul is, at least potentially, the bride of Christ. "To love God, " says St. Bernard, "is to be married to Him. Happy the soul who rejoices in this chaste and blessed embrace which is naught else than pure and holy love.” While this is as true for man as for woman, in the relationship that exists between them, it is the woman who most clearly gives witness to this potentiality. And as such, like a bride, she should be veiled

Again, beauty, a quality that women manifest, is of a mysterious nature, for it is itself a reflection of that super-essential quality most clearly seen in the Blessed Virgin and ultimately having its origin in God. But Beauty is appropriately veiled, for its real nature is hidden and we see but its remote reflection in the female form. The veiling of women then is not a denigrating imposition placed on them by men, but rather reflects their own intrinsic glory as mothers, daughters and brides of Christ.

The model then is nothing less than the Blessed Virgin for she manifests all these varied levels and qualities to the fullest possible degree. While she was highly educated (having studied in the Temple from the ages of 3 to 12), and while she often functioned outside the confines of her home, she in many ways remained “hidden.” She only spoke seven times in Scripture and always in an attitude that bespoke humility and submission to her role. In this there is a mysterious quality that in fact, every woman has – a quality that requires veiling that both protects and hides. This is why in traditional iconography she is always portrayed with her head covered. Just as the Blessed Mother is the mother, daughter and bride of Christ, so also every woman is potentially the same. And brides are to be veiled in public. In traditional representation of Our Lady she is almost always depicted as veiled. Women who accept the practice of veiling then are assuming to themselves the virtues of the Blessed Virgin, who of course is both the daughter, wife and mother of Our Lord. To reject the veil is to state, consciously or unconsciously that one has no desire to follow the pattern established by Our Lady.



The second reason Paul gives is “because of the angels.” Cornelius Lapide comments: “the literal sense is that women ought to have a covering on the head out of reverence to the angels; not because angels have a body, and can be provoked to lust, as Justin, Clement, and Tertullian thought – this is an error – but because angels are witnesses of the honest modesty or the immodesty of women, as also of their obedience or disobediences. Dennis the Carthusian further points out that in church, especially during Mass, angels are present, and just as veiling reflects the proper attitude of women before God, for they are potentially brides of Christ, so also they should be veiled before His angels, (Chrysostom, Theophylact, Theodoret), Sts. Thomas, Anselm, and Clement understand by “angels” good and holy men. Ambrose, Anselm and St. Thomas take it to mean priests and Bishops who in Rev. ii are called angels, and who might be provoked to lust by the beauty of women with uncovered heads.”


At this point, let us consider the exact words of Paul: “Any man who prays or prophesies with his head covered dishonors his head, but any woman who prays or prophesies with her head unveiled dishonors her head - it is the same as if her head were shaven. For if a woman will not veil herself, then, she should cut of her hair; but if it is disgraceful for a woman to be shorn or shaven, let her wear a veil. For a man ought not to cover his head, since he is the image and glory of God; but woman is the glory of man (For man was not made from woman, but woman from man. Neither was man created for woman, but woman for man.) That is why a woman ought to have a veil on her head, because of the angels. (Nevertheless, in the Lord woman is not independent of man, nor man of woman; for a woman was made from man, so man is now born of woman. And all things are from God. Judge for yourselves; is it proper for woman to pray to God with her head uncovered? Does nature itself teach you that for a man to wear long hair is degrading to him. But if a woman has long hair, it is her pride. For her hair is given to her for covering. If any one is disposed to be contentious, we recognize no other practice, nor do the churches of God.” (I Cor. XI: 4-16}

The commentary on this passage provided by the Ancient Christian Commentary on Scripture is of great help: “The difference between men and women lies not in their nature, but in their relationship (Chrysostom, Severian of Gabala). Woman is the glory of man, but there is an enormous distance between that and the glory of God (Ambrosiaster). A man who approaches the throne of God should wear the symbols of his office, which in this case is represented by having his head uncovered (Chrysostom). Just as God has nobody over him in all creation, so man has no one over him in the natural world. But woman lives under the protection of man (Saverian). The relation of man and woman to God makes all the difference in understanding their relation to each other (Ambrosiaster, Chrysostom). Being covered is a mark of voluntary subjection (Ambrosiaster), calling the woman to be humble and preserve her virtue (Tertullian, Chrysostom). Since woman is the glory of man, it is shameful for a woman to desire to be like a man (Chrysostom). In the Genesis narrative man precedes woman in the order of their creation (Epiphanius, Theodoret of Cyr). The woman was created with gifts of serving, the man with gifts of ordering (Theodoret of Cyr). Paul appears to be not confining his instruction about hair to a particular plae and time (Tertullian). He appealed to church tradition (Chrysostom), to nature (Ambrosiaster, Ambrose) and to the argument from general consent of reasonable people in these matters (Chrysostom). Since hair is potentially erotic, it can play into temptation (Pelagius). Natural hair is preferred to deceptive wigs (Clement of Alexandria)” .

To avoid the confusion raised by the term “prophesizing” it should be noted that this term is used in several places in Scripture (Chron 30:1; Sam. 10:10) to denote “giving praise to God.” St. Paul forbids women to speak or take a public role in the assembly, so in what way can she “prophesy”? The fathers interpret this as directing women to sing those parts of the service in which everyone sings. Similarly, where woman are said to require veils because of the Angels, most of the Fathers interpret Angels as priests and bishops.


Some of the Fathers point to the fact that man has priority in creation: Indeed, “woman was created after man and for man, to be his helpmate, to serve him and not vice versa” (Theodoret of Cyr). Cornrelius Lapide further comments on the statement that “woman is the glory of the man “ ”Women was made of man to his glory, as his workmanship and image; therefore she is subject to him, and should be veiled as a token of subordination. The woman, like the man, is endowed with a rational soul, with intellect, will, memory, liberty, and is equally with the man, capable of every degree of wisdom, grace, and glory. The woman, therefore, is the image of the man, but only improperly; for the woman as regards the rational soul, is man’s equal, and both man and woman have been made in the image of God, but the woman was made from the man, after him, and is inferior to him. Hence the Apostle does not say that “the woman is the image of the man,” but only “the woman is the glory of the man.”(Commentary on Corinthians).

It was and still is the Jewish custom for men to cover their heads when praying and clearly Paul is in no way accommodating himself to such practice. The Church father explain the reason that man’s head is uncovered by teaching that during the Old Dispensation, Christ was hidden, but now He is clearly visible. Others point to the crown of thorns that Christ bore to the Cross without any other head covering. “For a man indeed ought not to cover his head, inasmuch as he is the image and glory of God.” Man, being the image of the glory of God, or the glorious image of God, in whom the majesty and power of God shines forth most clearly. He is placed on the topmost step in nature, and is as it were God’s vice-regent, ruling everything. which of course includes members of his family. Thus it is that Tertullian calls the veil “the burden of their humility,” and St. Chrysostom “the sign of submission.” Clearly then, the veil may be a sign of humility and subjection, but it is also a badge of honor.

In conclusion, it is worth noting that in the majority of traditional societies, while women are instructed to take efforts to please their husbands, efforts to be attractive to others is frowned upon. Head covering is therefore seen as an important aspect of modesty and Christ Himself said “let your modesty appear before men“ (Phil. 4:5). It is only in the privacy of the home, in the presence of the family and close friends, that the head is uncovered. Long before the coming of Christ head coverings were used by women in Judea, Troy, Rome, Arabia and Sparta. Valarius Maximus relates the sever punishment inflected by C. Sulpicius on his wife: he divorced her because he had found her out of doors with uncovered head. Tertullian tells us that “the gentile women of Arabia will rise up and judge us, for they cover not only the head, but also the whole face.” Similarly, “among Jewish women, so customary is it to wear a head-covering that they may be known by it.” (de Vel Virg.) The practice of covering the head in Islamic society is also based on the injunction to be modest. Not all Islamic lands demand the burka, and many use the hijab or simple head covering so often seen in the West. Finally, within Christiandom we see this same principle in the marriage ceremony where the bride to be is veiled until the priest declares her status as a married women. Only then is the veil lifted before the husband. The mystery of the woman’s beauty is reserved for the husband and the home.

A remnant of this attitude prevailed in the west for many years, and up until about 40 years ago women rarely were seen outside the home without a hat – and indeed with hats to which were attached short veils. Currently, modesty in dress, especially among the younger generation, seems to be a relic of the past and many it would seem have the same attitude about covering of their heads in church.


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02 juin 2006

Hans Eysenck, Decadencia Y Ruina Del Imperio Freudiano, (fragmento)

Cuando yo era estudiante, la vida intelectual europea y americana estaba dominada por tres grandes figuras: en Física, Einstein; en Economía y Sociología, Karl Marx; en Psicología, por último, Sigmund Freud.

De los tres, es Freud quien peor ha sufrido la prueba del tiempo. Más que nociva, su doctrina parece hoy como desprovista de carácter científico, en el sentido de que no permite establecer predicciones controlables. Así lo han hecho ver Karl Popper y otros epistemólogos: si se determina el modo en que una teoría es desmentida por la experiencia, es que científicamente esa teoría nada tiene que decir. Pero aún, los métodos de tratamiento que Freud extrae de sus ideas son considerados ahora como casi ineficaces. Entre los especialistas su renombre ha bajado mucho, aún cuando no se pueda contestar su importancia como profeta del “cambio social”.

El mito del psicoanálisis

Freud pensó que el psicoanálisis encontraría una virulenta resistencia en la opinión pública, pero no fue así. Su doctrina fue aceptada con más facilidad que ninguna otra idea revolucionaria. En psiquiatría su método ha tenido, incluso hoy, una importancia considerable, sobre todo en USA. Asimismo, el psicoanálisis es el único método de psicología conocido por escritores, periodistas, cineastas, profesores, filósofos, y hasta el hombre de la calle. Para mucha gente, psicoanálisis es sinónimo de psicología. Nos encontramos así con una situación curiosa, en el sentido de que el psicoanálisis es plenamente aceptado por los profanos mientras que es rechazado por los que en ese dominio poseen conocimientos serios.

La conclusión de tal estado de cosas es que el psicoanálisis es un mito, es decir, un conjunto de creencias semireligiosas propagadas por individuos a los que se debe considerar, no como investigadores, sino como profetas o iluminados.

Falta de rigor

Freud, por su parte, estaba más interesado por el psicoanálisis como filosofía general que por sus descubrimientos concernientes a la persona y la posibilidad de conocer su “inconsciente”. Daba muy poca importancia a los aspectos curativos de su doctrina, y al final de su vida se hizo un tanto escéptico sobre las “curaciones” que obraba. Pero sus discípulos no están en esa vía: ellos persisten en afirmar que el psicoanálisis es, no sólo el mejor método de tratamiento, sino el único que garantiza una curación verdadera.

En realidad, lo único que acostumbran a hacer los psicoanalistas es dar a conocer ejemplos aislados e individuales (por supuesto, siempre curaciones) y tras utilizar tales ejemplos, extraen conclusiones de alcance general. Este procedimiento es un ejemplo clásico del sofisma “post hoc, ergo propter hoc”. El hecho de que un enfermo llamado John Doe, que sufre una fobia, empiece a sentir mejoría después de cuatro años de tratamiento psicoanalítico, no prueba de ningún modo que John Doe deba su mejoría al psicoanálisis, y menos que esa fobia se cure con el tratamiento dispensado.

Si quieren probar la eficacia de sus métodos, los psicoanalistas deberían ser más rigurosos, porque si los pacientes tratados por ellos no curan más ni en mayor número que los tratados por otros métodos, los casos de curación no deben considerarse. Es más, los sujetos tratados por el psicoanálisis, tardan más que los ausentes de tratamiento. Esta conclusión se deduce de la relación entre curaciones y sujetos tratados.

Sesenta años de retraso

En 1952 publiqué los resultados de mis observaciones: el psicoanálisis produce la menor curación de personas afectadas de neurosis. Una avalancha de réplicas, críticas y refutaciones se produjo, pero ni una de ellas mencionaba un sólo caso verificable experimentalmente que demostrara el valor del tratamiento psicoanalítico.

Debemos volver a la paradoja evocada al principio de este artículo: si los espíritus científicos y familiares a la psicología rechazan cada vez más la teoría de Freud, ¿por qué son tan populares? La respuesta es simple: Freud es, en sí, un escritor y un dramaturgo. Su doctrina tiene el aspecto de un drama moralizante con sus héroes, sus malvados y sus monstruos. Aquí el Ego, el Ello y el Superyo; allá el censor, dispuesto a entablar lucha con el inconsciente. Toda la trama, por otra parte, está centrada en la sexualidad. ¿Puede haber algo más atractivo? Pero nada tiene que ver con la ciencia. Freud mismo lo dijo: yo no soy por naturaleza científico.

Las teorías de Freud tienen la ventaja de que todos pueden jugar a psicoanalizar a sus amigos. Como la prueba científica no interviene para nada, jamás habrá error. Así se populariza el psicoanálisis y nace la paradoja. Hoy, ya pueden los sabios fruncir el ceño o los epistemólogos señalar que las doctrinas de Freud carecen de fundamento, porque como el hombre de la calle no lea las publicaciones científicas o las revistas de filosofía, nada de esto surtirá efecto alguno.

Pero otros métodos de tratamiento más rápidos y eficaces tienden hoy a sustituir al psicoanálisis. La casa que Freud había construido ha sido demolida; algunos ladrillos servirán sin duda a futuros arquitectos, pero la nueva construcción no se parecerá en nada a la de Freud.

Freud ha hecho retrasar la psiquiatría más de sesenta años, al no dar la menor importancia a la prueba científica. Abandonando a Freud, la psiquiatría podrá ser reconocida como una disciplina verdaderamente científica.

El "Comité" -Los siete anillos- en 1922: Freud, Sachs, Rank, Abraham, Eitingon, Jones.
Hans J. Eysenck, PUNTO Y COMA, Madrid, (diciembre-febrero, 1984).


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01 juin 2006

Eric Geoffroy, Le Dévoilement intuitif (kashf) et l’Inspiration (ilham), (note de lectura)

Enjeux et débats dans la culture islamique médiévale

Le dévoilement intuitif (kashf) et l’inspiration (ilhâm) sont pour les soufis deux modes d’accès au monde spirituel. Les savants exotéristes ont craint que l’inspiration ne permette pas aux mystiques de contourner leur propre autorité normative. Le dévoilement et l’inspiration ont été recunnus dans la culture islamique médiévale, à la seule condition de ne pas contredire Al-Qur’an et Sunnah.


Pour les soufis, le kashf désigne le dévoilement des réalités spirituelles, cachées au commun des fidèles, l'exploration du monde du Mystère (‘âlam al-ghayb) que le Coran oppose au monde sensible (ou « monde du témoignage », ‘âlam al-shahâda).

À l'instar de l'inspiration, le dévoilement est lié à la science innée, octroyée directement par Dieu (‘ilm wahbî), tandis que le commun des croyants passe par les canaux de la science acquise (‘ilm kasbî). Il donne également accès à la « Table bien gardée » (al-lawh al-mahfûz), Table des décrets divins dans laquelle les saints, et les saints « illettrés » en particulier, peuvent lire.

Selon l'islam, la révélation (wahy) propre aux prophètes a été close par Muhammad. Dans cette humanité post-prophétique, le dévoilement et l'inspiration, héritières de la révélation, échoient aux « saints » (walî; pl. awliyâ').

Dans le Coran le terme wahy (« révélation ») revient plus de soixante-dix fois, alors que celui de ilhâm (« inspiration ») figure une seule fois. La notion d’inspiration apparaît avec les commentateurs du texte sacrée, est est reprise surtout par les soufis.

Le Prophète a dit: « Craignez la clairvoyance du croyant, disait-il, car il voit par la lumière de Dieu ». C’est toujours lui qui a affirmé que ‘Umar Ibn al-Khattâb, deuxième calife de l'islam, était un de ceux à qui Dieu ou les anges parlent (muhaddath) et que toutes les communautés humaines ont eu en leur sein de tels êtres.

Les « juristes » (fuqahâ') ont généralement condamné l’inspiration, prenant peur que les mystiques ne professent la supérieurité de la sainteté sur la prophétie. Or, dans Al-Qur’an le rencontre entre Khidr et Moïse établit la supérieurité de l’inspiration sur la prophétie (sourate 18, versets 65-82). Un débat important a été de savoir si Khidr est un prophet ou un saint.

Il y a deux visions sur la Loi: pour les exotéristes, elle a été fixée une fois sur toutes, et elle doit être suivie. Pour les soufis, la Loi est toujours vivifiée par l’inspiration.

Après le procès de Hallâj, apparemment, les soufis ont procédé à une régularisation dans leur activité extérieure, à une intégration de la discipline dans les sciences islamiques. La suite a été le fait que les soufis, à partir du XIe siècle, ont obtenu droit de cité dans la civilisation islamique. Quand même, les théologiens mu’tazilites ont refusé de reconnaître l’authenticité des soufis.

Al-Ghazâlî a été le premier qui a offert les lettres de noblesses à l’inspiration et au dévoilement.

Abû l-Hasan Shâdhilî (m. 1258) disait ainsi : « Si ton dévoilement contredit le Livre et la Sunna, laisse le premier et agis en conformité avec les seconds; dis-toi que Dieu te garantit l'infaillibilité de ces deux sources, et non celle de ton dévoilement ou de ton inspiration. »

Ibn Taymiyya lui-même, considéré comme très intransigeant sur le plan dogmatique, justifie l'inspiration et le dévoilement tout en considérant qu'ils ne sont pas infaillibles.

Ibn Khaldûn (m. 1408) affirme que les soufis sont les héritiers de Khadir et des prophètes : « Prophètes et saints, ont en commun la faculté de connaître le monde spirituel par la recherche du dévoilement (mukâshafa). Pour les premiers, il s'agit d'une disposition innée, tandis que les seconds l'acquièrent par l'effort et à un moindre degré ».

Selon Suyûtî (m. 1505) le dévoilement et l'inspiration, héritiers de la révélation, ont un statut quasiment infaillible, et les paroles des maîtres inspirés nécessitent de ce fait une exégèse, comme s'il s'agissait de textes scripturaires.

L'emploi du terme kashf est en fait plus fréquent que celui de ilhâm, car ce terme empiète moins sur le territoire de la prophétie. La base coranique est le verset: « Tu étais inconscient de cela, puis Nous avons dévoilé ce qui te recouvrait; aujourd'hui ta vue est perçante ! » (Cor. 50 : 22).

Conclusion: “De toute évidence, ce n'est pas aux prophètes que les soufis font de l'ombre, mais bien à ceux qui se considèrent comme les gardiens patentés de la Loi : les « juristes » (fuqahâ'). L'autorité grandissante des cheikhs soufis à partir du XIIe siècle ne va pas, en effet, sans susciter des craintes chez les clercs qui se voient ainsi disputer leurs prérogatives. L'inspiration et le dévoilement du mystique ne concurrencent pas la Révélation, mais plutôt l'interprétation littéraliste et légaliste qu'en font certains.”


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